Senza parole, colpito da tempo da una totale afonia, Niccolò Paganini, all’età di 58 anni, se ne va in silenzio il 27 maggio 1840.
La musica, lanciata con tutta la forza del suo “Cannone” — il violino che per tutta la vita lo difese dalla banalità — risuona come un temporale in quel giorno di primavera. Nel vento, che per anni ha spettinato i suoi lunghi capelli scarmigliati, soffia ancora il mistero di quell’uomo magrissimo e ossuto, che osservava il mondo attraverso le lenti blu dei suoi occhiali.
Capace di far piangere e di evocare la voce degli angeli con il suo violino, lascia che le note, quel giorno, cadano dal cielo per suonare l’ultimo capriccio.
Il parroco, non riuscendo a confessarlo, gli nega la sepoltura. Imbalsamato, venne conservato nella cantina della casa di Nizza dove morì.
La salma rimase insepolta per decenni e fu traslata segretamente in diverse località: dal porto di Villafranca, in Francia, fino al castello del figlio nei pressi di Parma. Nel 1876, dopo anni di battaglie legali ed ecclesiastiche, il feretro trovò finalmente riposo definitivo nel Cimitero della Villetta di Parma, dove si trova tutt’oggi.
Ho pensato di omaggiare quel “diavolo” del violino, dal cuore generoso di un serafino, eseguendo le Variationen über ein Thema von Paganini, Op. 26 per fagotto solo di Gotthard Odermatt.