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venerdì 3 aprile 2015

PASQUALINO E IL FAGOTTINO


Pasqualino non metteva le cravatte
ne le giacche o le camicie color latte

Pasqualino era un bambino,
la sua cravatta un bavaglino
il sorriso senza un dente
e un fiorellino in mano, ma non c’entra niente

Pasqualino suonava il violino
perché la mamma lo trovava tanto carino
Ma i vicini non erano contenti
ai suoi fischi preferivano il mal di denti
“Non mi piace il violino, preferisco un fratellino”
disse un giorno sorridendo Pasqualino
saltando sopra il letto
come un piccolo folletto

Una sera di ritorno dal lavoro
il papà lo guarda con un occhio solo
“E se suonassi il pianoforte?”
“Preferisco la morte”
rispose Pasqualino facendo l’occhiolino
La mamma propose “Suona il flauto!”
ma Pasqualino era già partito con la sua auto

Una mattina, mentre era seduto al gabinetto
sente la nonna che gli grida
“Perché non suoni il clarinetto?”
Pasqualino fa uno sbuffo
il clarinetto è proprio buffo
esce dal bagno spettinato da una bomba
che aveva il suono di una tromba
“E non voglio suonare nemmeno il trombone”
e uscì a prendere un po’ d’aria in balcone

Una domenica mattina di ritorno dalla messa
Pasqualino corre in cucina in tutta pressa
appena entrato la mamma gli propone“E se suonassi il corno?”
“Preferisco la torta che cuoce in forno”

In giardino Pasqualino fa volare il suo aquilone
un amico si avvicina e gli propone
“Veni con me a suonare il sax?”
“No lo suona già Max”
  
Pasqualino con la bicicletta è andato a sbattere contro un muro
“E non suono neanche il tamburo!” disse arrabbiato  alzandosi da terra
“Questo è sicuro!”
  
La Pasqua era arrivata
con le sue uova di cioccolata
Pasqualino dalla più grande non molla la presa
non vede l’ora di scoprire la sorpresa
finalmente il momento era arrivato
e Pasqualino rimase strabiliato
dall’uovo non uscì un pulcino
ma un piccolo fagottino

Pasqualino il suo strumento aveva trovato!

un fagottino dal suono dolce come il cioccolato.




martedì 11 febbraio 2014

IL FAGOTTISTA PESCATORE




Sul suo biglietto da visita si leggeva:
Edalberto, pescatore di trote marmorate, fagottista.
Sì perché Edalberto era un pescatore che suonava il fagotto.
Faceva le ance con le vecchie canne da pesca di bambù, con le quali aveva passato ore indimenticabili in mezzo ai fiumi; a respirare la vita, ad ascoltare i suoni armoniosi della natura.
Con quelle ance suonava il fagotto, cercando la stessa armonia che ascoltava lungo i fiumi.

Un giorno un’idea abboccò all’amo della sua fantasia:
“Potrei pescare con il fagotto!”
E, preso il suo strumento, iniziò a suonare.
Si era messo in testa che i pesci, ascoltando la sua musica si sarebbero messi a danzare saltando sulla riva.
Dopo un primo tentativo fallito, provò con un nuovo pezzo.
Ma dal fiume nemmeno un pesce saltò sulla riva a ballare.
“Niente da fare, si vede che i pesci oltre ad essere muti sono anche sordi” pensò e riposto il fagotto riprese la sua canna da pesca.

Finalmente un pesce abboccò.
Lo posò a terra e osservandolo dar gli ultimi guizzi esclamò:
“Ora che non c’è musica balla!” rifletté un attimo e continuò “Mi sa che dovrò ascoltare ancora a lungo e con molta attenzione le melodie della natura se voglio far ballare i pesci con la mia musica” e rimasto  in silenzio ascoltò l’inimitabile melodia del sole che tramonta.

Edalberto si mise in ascolto attentamente e per così tanti anni, che alla fine smise di voler far saltare i pesci sulla riva.
Non solo, ma smise di suonare e persino di pescare.
Si limitò ad osservare ed ascoltare e scoprì di essere stato sino ad allora un pesce che abboccava all’amo della sua stessa canna.





lunedì 6 maggio 2013



Il Circo Koloss

Aveva lunghi baffi neri  con le punte rivolte in su, una pelle di ghepardo da canottiera, muscoli come tronchi e uno sguardo da temporale.
Si esibiva al circo Koloss e il suo numero era il più atteso e apprezzato di tutto lo spettacolo.
“Ed ora ecco a voi signore e signori, bambine e bambini, direttamente dalla Malesia, il più grande domatore di tutti i tempi: Augusto e le sue tigri!”

“Le mie tigri – diceva – sono animali intelligenti, anche più di qualcuno qui che cammina a due zampe fuori dalle gabbie”.
Il domatore Augusto aveva un figlio, Alfonso, di sette anni.
Alfonso amava le tigri e in modo particolare Timox, un tigrotto con il quale passava gran parte del suo tempo a giocare.
Giocavano a prendersi, a nascondino, a  rotolarsi nei prati, facevano lunghe camminate sulle verdi colline e spesso si addormentavano, stremati dal tanto giocare, uno vicino all’altro, proprio come due fratelli

.


Fu durante la fiera di San Martino, con il circo accampato al limitare del grande bosco di Sik, che ad Alfonso e Timox capitò d’ascoltare una musica così bella da lasciarli a bocca aperta. Stavano camminando lungo il fiume quando udirono una musica.
La seguirono e si ritrovarono davanti ad un musicista. Suonava uno strano strumento che Alfonso e Timox non avevano mai visto.
Era un lungo tubo di legno collegato alla bocca del suonatore da un fine cannello ricurvo e il suono che usciva da quel misterioso strumento era assolutamente incantevole. Rapiti dal suono Alfonso e Timox rimasero immobili ad ascoltare.
“Che strumento è?” chiese Alfonso emozionato appena la musica finì.
“Un fagotto” rispose il musicista.
Tornando al circo Alfonso aveva un solo pensiero in testa: suonare il fagotto.
La mattina seguente infatti, con il suo amico tigrotto, corse dove il giorno prima aveva incontrato il fagottista, per chiedergli di insegnargli suonare.
Ma non trovò nessuno.
Aspettò tutto il giorno e solo quando il sole iniziò a tramontare  si decise a tornare a casa.
Il giorno dopo appena sveglio andò a chiamare Timox e via di corsa ad incontrare il fagottista! ma giunti nel prato videro che anche il fagottista non c’era. Aspettarono per tutto il giorno e quando il sole iniziò a tramontare tornarono delusi verso casa.
Il giorno dopo la stessa cosa ma ancora senza risultato, tanti bambini a questo punto si sarebbero arresi ma Alfonso no, lui era deciso, voleva suonare il fagotto e nulla l’avrebbe fermato.
Per una settimana si recò nel prato,aspettava tutto il giorno e solo quando il sole spariva dietro la collina si alzava per ritornare a casa.
Al settimo giorno, quando ormai stava per perdere ogni speranza, ecco arrivare il fagottista.
“Voglio imparare a suonare il fagotto!” gridò Alfonso felice correndogli incontro.
“Devi avere pazienza, devi aspettare” disse il fagottista
“Non c’è problema è una settimana che aspetto! quando possiamo iniziare?”
“Caro bambino forse non hai capito, sei troppo piccolo. Il fagotto è più alto di te! Mi dispiace molto ma devi aspettare ancora qualche anno”
“Qualche anno!” rispose Alfonso “ma io non posso aspettare così a lungo!” e se ne andò con le lacrime agli occhi, seguito dal suo amico Timox con la coda tra le gambe.
Non era un bambino capriccioso, ma l’idea di dover aspettare tutto quel tempo gli sembrava insopportabile… e ingiusto… e triste, maledettamente triste.

I Trapezisti

Si chiamavano “Fratelli Isoscele” i trapezisti del circo Koloss.
Erano quattro fratelli nati sugli alberi e senza una minimo di paura. Si lanciavano a capofitto nel vuoto e un attimo prima di schiantarsi al suolo compariva dal cielo un fratello, che li salvava dalla morte.
“Noi con la morte ci giochiamo, è per questo che non moriamo mai, è nostra amica” dicevano sorridendo.
Nel momento più pericoloso del loro spettacolo, il doppio salto mortale, sottolineavano la tensione con quello che Timox il tigrotto scambiava per un temporale: un rullo di tamburo.
Appena Timox lo sentiva andava a nascondersi di corsa sotto la prima cosa che gli offriva un rifugio e chiudeva gli occhi dalla paura.
Gli piaceva pensare che il forte applauso che lo liberava dalla paura, fosse per lui, per aver superato quella prova. Ma sapeva che in realtà quell’applauso era per i fratelli Isoscele, che ancora una volta avevano vinto la partita con la morte.
Ebbene, un giorno il sospirato applauso non arrivò. Un grido di terrore lo sostituì.
Quando Timox riuscì ad aprire gli occhi, vide Iso, il più piccolo dei fratelli, steso al suolo, immobile. Qualcosa quella volta era andato storto. Mentre il piccolo trapezista veniva soccorso, qualcuno dal pubblicò gridò: “ Portatelo dalla Maga”.
Abitava infatti nel bosco di Sik, ai cui margini il circo aveva piantato il tendone, una maga dai super-poteri.
Si addentrarono nel bosco guidati da un indigeno e sparirono fra gli alberi.
Ritornarono il giorno dopo alle prime luci dell’alba e con Iso sorridente e arzillo come se nulla fosse successo, pronto a lanciarsi un’altra volta nel vuoto  .
Quel miracoloso evento sconvolse tutto il circo e i fratelli Isoscele, che dal quel giorno decisero di aggiungere un nuovo numero al loro spettacolo, un numero pericolosissimo che chiamarono “Il triplo salto mortale del mistero” in onore della maga.

La Maga

Erano ormai da parecchi giorni accampati al confine del bosco di Sik, ed era ora di cambiare piazza.
Ad Alfonso non era ancora ritornato il sorriso perché nel cuore aveva ancora il desiderio di suonare il fagotto.
Pioveva e faceva freddo e Augusto il domatore cambiò la sua canottiera di ghepardo con un maglione di pelo di orso.
Arrivava l'inverno e con sé portava un lungo difficile periodo  per il piccolo circo Koloss, anche Girolamo il clown non riusciva più a far ridere nessuno in quel periodo e il finto naso rosso non lo metteva più, perché il suo era già rosso a sufficienza.
Si iniziarono a smontare le tende e Timox il tigrotto se ne stava in disparte a pensare.
Pensava e ripensava e alla fine si fece coraggio e partì. Senza voltarsi indietro prese il sentiero che portava nel cuore del bosco e lasciò il circo senza che nessuno se ne accorgesse. Era dal giorno della caduta di Iso che ci pensava ed ora finalmente aveva deciso: voleva andare dalla Maga.
Camminava da più di un'ora quando il buio lo sorprese. Cominciò ad avere paura e si fermò. Prese in considerazione l'idea di tornare indietro, ma il suo cuore di tigre gli fece coraggio e proseguì. Come un cieco avanzava a tentoni nel buio del bosco.
Inciampava continuamente nei sassi, nelle radici che affioravano dal terreno, dei rami secchi che pendevano dagli alberi gli grattavano la schiena , ma per il tigrotto erano mani di strega che lo trattenevano dalla coda.
Stava perdendo ormai tutte le speranze quando intravide una luce, era una fioca lucina che arrivava da una capanna.
Timox la raggiunse … bussò alla porta … e la porta si aprì.
Vi era un grande camino con un nero pentolone, nel buio vide due occhi gialli di un gatto nero … due occhi gialli di un corvo nero ed un ramarro che andò a nascondersi nel carbone.
Poi una voce: “ Lo so”
“Io sono Timox” si presentò il tigrotto
“Lo so” rispose la voce
“Arrivo dal circo”
“Lo so”
“Sono venuto per..”
“Lo so” lo interruppe la misteriosa voce
“Ho visto piangere il mio amico Alfonso e …”
“Lo so”
“Lui vuole tanto suonare il fagotto …”
“Lo so” continuava a interrompere la voce
“Ma il fagotto è troppo grande per lui” spiegò Timox
“Lo so” ripeteva la voce
“Mi chiedevo se lei …”
“Dipende da te. Tigrotto fa rima con fagotto”
“Ebbene?” non capiva Timox
“Per Alfonso ci vorrebbe un fagotto piccolo.
Piccolo come la tua coda”
 “Come la mia coda?” non capiva Timox
“Sei disposto a rinunciare alla tua coda per il tuo amico?”

La sorpresa

Quando Alfonso si alzò, la carovana del circo era in cammino sotto una pioggia grigia e impietosa. Il piccolo domatore aveva sognato di suonare un piccolo fagotto e andò di corsa nella gabbia delle tigri per raccontarlo al suo amico Timox, ma Timox non c'era. Non ci pensò un secondo e saltato giù dal carro si mise a correre disperatamente alla ricerca del suo amico tigrotto.
Arrivò al vecchi accampamento ai confini del bosco bagnato come un pulcino. Non vi era nessuno, c'era solo il grande cerchio chiaro lasciato dal circo sul prato.
Un' improvviso sconforto assalì Alfonso, si sedette sull'erba bagnata...e fu allora che lo vide; sotto un grande masso, al riparo dalla pioggia, c'era Timox tremante e impaurito.
L'amico allora gli corse incontro gridando:”Timox, Timox!”
“Ho avuto paura”disse serio il tigrotto appena fu raggiunto.
“Non temere, ci sono io ora”
“Ho una cosa per te” sorrise allora Timox e si spostò mostrando ad Alfonso...
“Un fagotto!! un piccolo fagotto!! - esclamò incredulo Alfonso – ma!.. ha il colore della tua pelliccia...è lungo come la tua coda!.. Timox dov'è la tua coda?!”
“Non preoccuparti - lo rassicurò il tigrotto – la Maga mi ha detto che mi ricrescerà”
e si abbracciarono così forte che un raggio di sole sbucò tra le nuvole per osservare sorridendo la fine di questa storia.
Augusto li ritrovò così; abbracciati e illuminati da un raggio di sole.


Finale

L'anno successivo, quando il circo tornò ai confini del bosco di Sik, la fila alla biglietteria era così lunga che non se ne vedeva la fine
Tutti avevano sentito parlare del concerto di Alfonso con il suo fagotto tigrotto e nessuno aveva intenzione di perderselo, si raccontava infatti che ad ascoltarlo si rimaneva  felici per più di un mese.

martedì 12 febbraio 2013


Sir Lancillotto
 suonatore di fagotto


Sir Lancillotto un giorno decise di suonare il fagotto.
Non fu una decisione dettata dalla rima (è vero, re Arduino suonava il violino, donna Edmonda suonava la ghironda) ma bensì dalla paura.
Si perché Lancillotto aveva paura. Soprattutto di morire, che è un po’ come aver paura di vivere gli disse una volta un eremita e quella frase era rimasta impressa come un orma sul selciato della sua vita.
Attraversava così le giornate con la spada al fianco, imbrigliato nell’armatura come dentro a una prigione.
La decisione di suonare il fagotto la prese di ritorno dal Castello di Gottaf, dove addomesticavano i draghi a suon di fagotto.
Draghi che in quell’epoca vivevano pieni di fuoco e d’ardore, e che Lancillotto temeva come la morte stessa.
Che una spada non bastasse a sconfiggere un drago lo aveva sempre fatto tremare e pregare di non doverne mai incontrarne uno.
Ma arrivato al Castello di Gottaf, avvolto da una soave musica, rimase meravigliato nel vedere un drago gironzolare per il castello come un cagnolino.
Scoprì poi che la musica era suonata da fagotti, strumenti musicali di legno lunghi come una lancia e questo già gli piaceva, quando poi gli dissero che i fagotti erano in grado di addomesticare i draghi lo assalì un senso di vertigine.
La possibilità di poter sconfiggere i draghi nascose per un attimo l’orma indelebile della sua più recondita paura e per un attimo sentì la possibilità di divenire onnipotente.
Durante il viaggio di ritorno alzò la visiera della sua prigione e libero dalla paura pensava a come poter imparare a suonare il fagotto, a sconfiggere i draghi.
Ma non conosceva nessuno in grado di insegnargli a suonare il fagotto e certamente non avrebbe mai chiesto aiuto al re del Castello di Gottaf. Chiedere aiuto non è affare da impavidi cavalieri, chiederlo poi ad un potenziale nemico è come ammettere la propria sconfitta.
Arrivato a poche miglia dal castello di re Artù alzò lo sguardo e vide la torre alta del mastio che si stagliava fra le fronde del bosco.
“Merlino!” esclamò pieno di speranza e al trotto raggiunse il castello.
Salì di corsa le scale a chiocciola della torre di Merlino e con il fiato corto e la testa chi gli girava bussò alla porta del laboratorio.
“Cosa succede?!” si allarmò il mago, vedendo il più audace cavaliere della Tavola Rotonda trafelato davanti alla sua porta.
Lancillotto non rispose, il fiato non era più sufficiente per far vibrare le sue corde vocali.
“Siediti” lo fece accomodare Merlino e aspettò che il cuore di quel intrepido cavaliere calmasse la sua corsa.
“Puoi insegnarmi a suonare il fagotto?” riuscì a bisbigliare finalmente Lancillotto.
Quella domanda Merlino non se l’aspettava proprio e colto di sorpresa ammutolì.
“Sai suonare il fagotto? me lo poi insegnare?” ripeté il cavaliere, questa volta a voce piena
“Torna domani” rispose il mago
“Non torno fin quassù se prima non mi dici se sei in grado di fare ciò che ti ho chiesto”
riprese forza Lancillotto
“E va bene” sospirò Merlino “anni fa ho incontrato il più grande mago che mai abbia conosciuto. Se ne stava seduto nel suo giardino senza far nulla da mattina a sera, parlava poco e sorrideva tanto”
“Uno scemo” intervenne Lancillotto
“Tutt’altro, anche se effettivamente a volte è facile scambiare un saggio per uno scemo.
Una volta al mese suonava il fagotto e lo faceva con la maestria di chi passa le ore a studiare. Rimasi con lui più che potei e quando me ne andai, dopo qualche mese,
 avevo imparato la via del silenzio e quella del suono”
Lancillotto, che poco aveva capito di quel racconto di saggi scemi, di suoni silenziosi, di fare e non fare, ripreso appieno il suo vigore di uomo di spada chiese
“Ma tu sai suonare il fagotto? me lo puoi insegnare, si o no?”
Merlino guardò fuori dalla finestra le nuvole dissolversi e sospirando come il vento rispose
“Non sarà facile”
“Si o no?” si alzò Lancillotto che aveva bisogno di concretezza come il ferro della sua spada.
“Si! per tutti i cirri del cielo!” gridò ridendo il mago fuori dall’armatura del cavaliere.
“Domani parto per la guerra, al mio rientro inizieremo le lezioni” concluse Lancillotto e imboccò la discesa a chiocciola, iniziando così a svitare la tensione che si era creata salendo in cima alla torre.
“Perché vuoi suonare il fagotto?” gridò Merlino dal suo laboratorio
“Voglio sconfiggere i draghi della mia paura” rispose il cavaliere, ma la sua risposta rimase attorcigliata alla scala.

Tornò dalla guerra con la spada ancora calda e gli occhi spenti di chi ha raggelato l’anima.
Si presentò a Merlino con lo sguardo ancora smarrito e il cuore, rimpicciolito dalla paura, nascosto fra le pause del respiro.
“Iniziamo” esordì una volta avvitato in cima alla torre
“Il fagotto è uno strumento a fiato e con il respiro che ti ritrovi non è possibile iniziare”
“Cos’ha il mio respiro che non va?”
“Ha paura”
“Non dire sciocchezze mago, io arrivo dalla guerra dove la paura è scappata”
“Appunto e si nasconde nel tuo respiro. Prenditi qualche giorno di riposo, vai sulla collina a respirare il vento e poi ne riparleremo.”
Fu così che il prode cavaliere si ritrovò come una sdolcinata donzella  seduto in un prato fiorito a farsi accarezzare dal vento, sperando che i suoi valorosi compagni d’armi non lo vedessero.
Alla sera, rientrando a castello dopo il tramonto, dovette ammettere a se stesso che quella pausa tra i fiori e le farfalle in compagnia del vento lo aveva inaspettatamente rinvigorito.
Si stupì quando alla taverna ordinò una tisana al posto della solita acquavite
“Domani però non ci torno” disse fra se e se mentre si ustionava ingurgitando in un solo sorso la tisana prima che qualcuno lo vedesse.
Il giorno dopo non salì sulla collina … si fermò a metà.
Ma la brezza lo raggiunse, lo accarezzò senza vergogna e se ne andò lasciandolo solo ad osservare il cielo, dove da dietro le nuvole intravide i raggi del suo cuore riprendere coraggio.
Quando si ripresentò da Merlino aveva gli occhi scaldati dal cuore.
“Possiamo iniziare” sorrise il mago.

Lezione prima

“Ma dove siamo andati a finire?” domandò Lancillotto ritrovandosi con gli stivali immersi in uno stagno
“Il fagotto è un complicato sistema che ha una sola funzione: trasformare una pernacchia in un suono e la pernacchia la troviamo qui tra le canne di bambù”
Raccolse una pianta e senza più fiatare la portò nel laboratorio dove la mise vicino al fuoco del camino.
“E adesso?” chiese impaziente Lancillotto
“E adesso aspettiamo”
“Cosa?”
“Che il legno perda il suo colore e si arrenda a vivere lontano dallo stagno”
Passarono le stagioni e finalmente un giorno Merlino mandò a chiamare Lancillotto.
“E’ ora” dichiarò il mago appena il cavaliere finì il suo girotondo sulla scala della torre.
“Siedi” e presa la canna di bambù iniziò la costruzione dell’ancia.
Misurò, tagliò, sagomò, sgorbiò, legò, levigò, lisciò e alla fine si ritrovò con un ancia fra le mani.
La mise fra le labbra e soffiò. Una pernacchia si librò nell’aria facendo ridere il cavaliere.
“Sei sicuro che si fa così a suonare un fagotto?”
“Non preoccuparti, prova tu ora” e passò l’ancia a Lancillotto
“No, mi vergogno” si rifiutò questi
Merlino a quelle parole lo guardò dritto negli occhi e disse “Ti assicuro che è molto più vergognoso brandire una lancia che soffiare in un ancia. E adesso soffia”
La pernacchia del cavaliere sembrava proprio venuta dal sedere e il guerriero riconsegnò il diabolico aggeggio al mago.
“No non fa per me”
“Va bene come vuoi, le nostre lezioni allora terminano qui” rispose Merlino
Lancillotto scese le scale della torre come se fosse l’ultima volta e sparì fra le nebbie di Avalon.

Lezione seconda

Il giorno dopo il cavaliere della Tavola Rotonda era di nuovo nel laboratorio del mago a pregare di insegnarli l’arte di suonare il fagotto.
Iniziò così a emettere lunghe pernacchie dall’ancia e a modificarne l’altezza e l’intensità.
Poi, inserita l’ancia allo strumento, assistette al primo miracolo del fagotto: la pernacchia che si trasforma in suono.
Nei mesi seguenti Lancillotto trasferì la sua battaglia dalla lancia al fagotto.
Si impegnava come in guerra e sudava come sotto l’armatura, ma Merlino non era mai soddisfatto.
Passò un anno e Merlino ancora scuoteva la testa nel sentire Lancillotto suonare il fagotto.
“Ma insomma mago! perché non riesci ad insegnarmi a suonare?” sbottò un giorno dopo l’ennesima insoddisfazione di Merlino
“Io ti ho insegnato, ma tu non hai appreso” rispose il maestro
“Ho sudato passando ore ad esercitarmi e tu non sei mai contento”
“Non sono io a non essere contento, ma la musica che esce dal tuo strumento”
“Questa è una tua opinione, io non sono d’accordo” rispose il cavaliere alzando il fagotto come una spada
“Tra una settimana ti esibirai davanti ai tuoi compagni d’armi e alle dame di corte”
disse Merlino voltando la schiena a Lancillotto e dirigendosi verso il suo laboratorio.

Il cuore di Lancillotto, in attesa di iniziare il concerto, sembrava impazzito dalla tensione.
Mai avrebbe immaginato di provare così tanta paura.
“E’ incredibile che un cavaliere come me, abituato a stare sul campo di battaglia, abbia paura di fare quattro note” pensò ”mi sono proprio rovinato con quest’idea di suonare”
Uscì col suo fagotto impugnato come una lancia e iniziò la sua battaglia sul palcoscenico.
Non si rese conto di come suonò, tutta la sua attenzione era rivolta ad arrivare in fondo senza cadere e quando finì si sentì improvvisamente stanco.
I suoi compagni d’armi e le dame accennarono ad un timido applauso e subito ripresero le loro conversazioni come se non aspettassero altro.
“Tieniti il tuo fagotto” disse a Merlino appena finito il concerto
“Questo strumento fa più male di una lancia”
“Vedi, Lancillotto, questo strumento con tanta docilità ha fatto uscire la tua più segreta paura e tu non sei disposto ad accettarla. Preferisci combatterla con la forza, nascosto dentro la tua armatura” gli disse il mago
“Cosa vai blaterando mago! che ne sai tu di paure e di vittorie! qui stiamo parlando di uno stupido strumento che è impossibile suonare e di figure di merda che si possono benissimo evitare” e se ne andò ad ordinare una brocca d’acquavite e a raccontar delle sue eroiche imprese alle dame, che giulive finalmente lo ascoltavano.

Lezione terza

Il giorno dopo, di ritorno da un sogno, Lancillotto prese la trottola che porta su al laboratorio di Merlino
“E va bene, riproviamo” disse appena arrivato
Merlino sorrise e preso il fagotto lo consegnò al suo unico allievo.
“Devi voler bene ai suoni che escono dallo strumento, devi proiettarli nel cielo e dimenticarti che sei tu che stai suonando” iniziò il maestro
“Ma..” stava per obbiettare Lancillotto
“Vai e fai come ti dico” lo interruppe Merlino e riprese a lavorare su una nuova pozione.

Lancillotto andò sulla collina e iniziò a suonare, cercando di mettere in pratica l’insegnamento del maestro.
Era li ormai da tempo quando ecco arrivare Ginevra.
“Sei bravo Lancillotto, mi hai rapita con la tua musica” disse sorridendo
“continua ti prego” e il cavaliere riprese il suo canto.
Merlino dalla torre ascoltava estasiato quella musica che finalmente riusciva a risuonare nel cielo ed in cima alla montagna un drago si posò quieto ad ascoltare.
La sera iniziò a stendere le sue coperte sui prati in fondo alla valle e quando tutto fu pronto spense l’ultima luce in cima ai monti.
Le stelle quella notte arrivarono numerose, erano impazienti di riflettere la musica che quel giorno era giunta sino a loro.



Le avventure di Lancillotto con il suo fagotto continuano con

- Re Artù non suona più
- Botto di fagotto

in “racconti dentro il fagotto”
http://faifag.blogspot.it


domenica 27 gennaio 2013

Il fagottista pescatore





Sul suo biglietto da visita si leggeva:
Edalberto, pescatore di trote marmorate, fagottista.
Sì perché Edalberto era un pescatore che suonava il fagotto.
Faceva le ance con le vecchie canne da pesca di bambù, con le quali aveva passato ore indimenticabili in mezzo ai fiumi; a respirare la vita, ad ascoltare i suoni armoniosi della natura.
Con quelle ance suonava il fagotto, cercando la stessa armonia che ascoltava lungo i fiumi.

Un giorno un’idea abboccò all’amo della sua fantasia:
“Potrei pescare con il fagotto!”
E, preso il suo strumento, iniziò a suonare.
Si era messo in testa che i pesci, ascoltando la sua musica si sarebbero messi a danzare saltando sulla riva.
Dopo un primo tentativo fallito, provò con un nuovo pezzo.
Ma dal fiume nemmeno un pesce saltò sulla riva a ballare.
“Niente da fare, si vede che i pesci oltre ad essere muti sono anche sordi” pensò e riposto il fagotto riprese la sua canna da pesca.

Finalmente un pesce abboccò.
Lo posò a terra e osservandolo dar gli ultimi guizzi esclamò:
“Ora che non c’è musica balla!” rifletté un attimo e continuò “Mi sa che dovrò ascoltare ancora a lungo e con molta attenzione le melodie della natura se voglio far ballare i pesci con la mia musica” e rimasto  in silenzio ascoltò l’inimitabile melodia del sole che tramonta.

Edalberto si mise in ascolto attentamente e per così tanti anni, che alla fine smise di voler far saltare i pesci sulla riva.
Non solo, ma smise di suonare e persino di pescare.
Si limitò ad osservare ed ascoltare e scoprì di essere stato sino ad allora un pesce che abboccava all’amo della sua stessa canna.


venerdì 14 dicembre 2012


BOTTO DI FAGOTTO


Per Artamhir, il drago a due teste, il problema era sempre quello: con quale testa ragionare.
Gli capitava di passare ore prima di riuscire a spiccare il volo, perché le sue teste non riuscivano a mettersi d’accordo su dove andare. Era uno zuccone e nessuna delle sue teste voleva cedere, così era più il tempo che pensava a cosa fare che quello che passava a fare cose.

Abitava in due nidi diversi per accontentare tutte e due le teste, uno era nella scogliera e l’altro tra le cime innevate. Insomma il povero Artamihr non era quello che si dice un drago sereno.
Un giorno se ne stava immobile con una testa ad osservare il tramonto e l’altra a guardare dall’altra parte, dove la luna già faceva innamorare, quando un suono lo catturò.
Era una suono nuovo, che mai aveva udito, era dolce come una carezza e penetrante come un pugno, era forte ma docile. Le sue teste si girarono all’unisono verso quel suono che con la sua duplicità le incantava entrambe. Una testa ne coglieva la gaiezza, l’altra la tristezza e Artamihr si ritrovò per la prima volta con le sue teste catturate dalla stessa cosa.
Quel suono intanto si ripeteva, modulando impercettibilmente e ipnotizzandolo lentamente.
Cominciò a muoversi piano, con calma si alzò dal suo nido e senza accorgersi spiccò il volo guidato da quell’irresistibile suono e seguendone le vibrazioni atterrò sulla spiaggia, dove ad attenderlo v’era Lancillotto che suonava il suo fagotto.
La melodia continuava ad incantare Artamihr. Immobile lasciava che quella musica lo avvolgesse e si ritrovò presto dentro ad una sfera vibrante.
Fu allora che Lancillotto riuscì ad armonizzare le due teste del drago, che al risveglio da quell’incantesimo si ritrovarono d’accordo nel riconoscerlo come unico padrone.
Passarono comunque mesi prima che Lancillotto, a furia di suonare melodie con il suo fagotto, riuscisse a convincere il drago a portarlo a spasso fra le nuvole.
Divennero infine inseparabili amici.
Un giorno Artamihr chiese di poter provare a suonare il fagotto che tanto lo faceva impazzire.
“Il problema è il fiato” spiegò Lancillotto al suo nuovo allievo “devi imparare a soffiare senza sputare fuoco”
“Bel problema” rispose il drago
“Ma vediamo cosa si può fare” disse speranzoso Lancillotto.

Tre giorni dopo consegnò ad Artamihr il metodo sul quale avrebbe cercato di insegnargli a suonare il fagotto dal titolo: FIATO PESANTE, rutti e gargarismi per draghi aspiranti fagottisti. Metodo che il drago lesse e bruciò in un fiato.

Era l’ultimo giorno dell’anno quando Artamihr volò sulla superficie del mare e spalancata la bocca bevve litri e litri d’acqua, al punto da non riuscire quasi più a mantenersi in volo.
“Ho le caldaie piene d’acqua, presto!” gridò a Lancillotto appena lo ebbe raggiunto.
Lancillotto allora gli porse il fagotto ed Artamihr emise il suo primo suono.
Fu una specie di rutto da temporale, lungo e profondo che sollevò le onde e abbatté uno stormo di cormorani. Il silenzio che seguì puzzava di bruciato, le ance del fagotto avevano iniziato a carbonizzarsi.
Lancillotto sorrise e da allora, ogni 31 dicembre a mezzanotte, se state in silenzio, potete sentire un temporale lontano della durata di un rutto; è Artamihr, il drago a due teste, che suona il suo fagotto come un botto, bruciando le ance.



Ancia di Artamihr



domenica 2 dicembre 2012


Fagotto Pinocchio


C’era una volta un albero.
Era nato nella foresta, proprio nel prato dove si riuniscono le streghe per il sabba del plenilunio e lì aveva messo radici.
Da piccolo giocava a braccio di ferro col vento.
Da adulto preferiva dare ascolto agli usignoli che, a spasso nel cielo, trovavano in lui una pausa, un punto di ristoro, un attimo per raccontarsi tutte le cose che durante il volo non riuscivano a dirsi: cose da far tremar le foglie.
Gli piaceva sentirli cantare le meraviglie che vedevano dalle nuvole, dei giri del vento e delle scorciatoie degli angeli.
Era riparo per tutti gli uccelli che tra i crocicchi dei suoi rami avevano costruito la loro casa.
La  mattina alle cinque era come essere alla piazza del mercato, tutti che cantavano di gioia davanti alla vita che s’illuminava.
Da vecchio governò la sua irruenza col tronco fortemente ancorato alle radici. Non ballava solo perché si era deciso diversamente, ma se solo avesse avuto l’opportunità di esibirsi in un passo di danza, avrebbe fatto rimanere a bocca aperta anche le farfalle.
Aveva cento rami, mille e mille foglie da crescere, lasciar morire e veder rinascere.
Aveva mille storie per tutte le direzioni del vento, mille strade per tutte le formiche in vacanza sui suoi rami, mille decorazioni create dagli aghi di bruco e dai ragni ricamatori.
Sulla pelle della corteccia aveva mille rughe, solcate da file di formiche e punteggiate da api indaffarate. Sul tronco portava il segno di qualche tatuaggio con cuore e frecce, nomi di amori trascorsi al fresco delle sue fronde.
Poi un giorno tutto ciò venne abbattuto a colpi di scure.
Una parte di tronco finì fra le mani di un certo mastro Ciliegia, che dopo aver capito di trovarsi davanti ad un legno assolutamente non comune si spaventerà e lo regalerà a mastro Geppetto pensando di fargli un dispetto.
Mastro Geppetto invece ne farà un burattino che chiamerà Pinocchio e che guarda un po’ parlerà.

Poi arriverà una fata, azzurra come il cielo, turchese come il mare e tutti la chiameranno  “Fata Turchina”.
La Fata Turchina faceva un sacco di magie e fra queste vi era anche quella di suonare il fagotto. Quando incontrerà Pinocchio, gli regalerà un fagotto costruito con il legno dello stesso albero con cui mastro Geppetto aveva costruito il suo burattino. Gli insegnerà a suonarlo con molta passione e tanta pazienza. (Così tanta che l’avrebbe sicuramente finita se non fosse stata una fata).

Ancia della fata Turchina


Usava un metodo di cui non è rimasta traccia, dal titolo:
Note corte per nasi lunghi, metodo per fagottisti con la testa di legno.

Non potete immaginare la gioia di Pinocchio quando finalmente strimpellò la sua prima melodia! Tutta la vita del vecchio albero risuonò in quella musica. Nel cuore di Pinocchio, quei suoni rimbombarono come tuoni.
La gioia degli usignoli, i racconti degli uccelli che tra i suoi rami si erano posati, il tremore delle foglie e i chilometri di gioia percorsi dalle formiche lungo il suo tronco, tutto ritornò in una danza eterna. L’albero che c’era una volta riprese a vivere di nuovo fra le note del suo legno divenuto fagotto e fagottista.
Pinocchio vivrà così tante emozioni attraverso il suo fagotto che riuscirà a trasformarsi in un bambino in carne ed ossa.

Un sentito ringraziamento alla fata Turchina e al tocco magico dell’umile Geppetto.


sabato 27 ottobre 2012



Questa è la storia di Hamid, nato povero ai confini del deserto.Uscendo dalla sua tenda contemplava quel mare di sabbia che tanto lo intimoriva e scrutava il palazzo del Sultano che tanto lo attraeva.



 Quella notte l’incantevole Hadiya aveva fatto uno strano sogno:
si trovava in un magnifico giardino pieno di fiori profumati quando improvvisamente una minacciosa nuvola nera, carica di fulmini, scese sul giardino con grida tuonanti avvolgendola completamente.
La principessa si ritrovò in un attimo in mezzo ad una bufera  e cercò di scappare, ma non riusciva a correre e sentiva le saette colpire l’aria e aveva paura; era convinta di soccombere quando arrivò un ragazzo accompagnato da una incantevole canzone e aperta una grande sacca  vi raccolse il temporale, chiuse la borsa con una forte corda e se ne andò suonando quel sacco che si era trasformato in uno strumento musicale.
Si svegliò e iniziò a piangere.


C’era una cosa che faceva impazzire Hamid: la musica.
Nelle sere d’estate non era difficile udire echi di musica arrivare dal palazzo del Sultano illuminato a festa da mille candele.
Hamid allora si sedeva sotto il sicomoro e ascoltava rapito i suoni che il vento caldo del deserto gli portava dal castello e sognava ad occhi aperti .
Sognava di poter un giorno suonare.
“Ma ci pensi!” diceva spesso al suo amico Dawud “riempire l’aria di suoni! ...è come vivere in un altro mondo!” e rimaneva in silenzio ad ascoltare.

Un giorno s’imbatté nell’ orchestra d Baharyia che si recava al palazzo per un concerto in occasione del diciottesimo compleanno della figlia del Sultano, l’incantevole Hadiya, la ragazza più bella del mondo.
La leggenda narra che bastava uno sguardo per  innamorarsene perdutamente.
Hamid rimase incantato ad osservare l’orchestra in cammino verso il palazzo.
“Ma che fai!”  urlò il contrabbassista cadendo sul suo strumento e rompendolo in mille pezzi. Hamid, estasiato da tutti quegli strumenti, non si era accorto di essere fermo proprio in mezzo alla strada e il contrabbassista, distratto, gli era caduto addosso.
 “Che succede qui!” gridò il capo orchestra vedendo il contrabbassista steso al suolo sopra quello che rimaneva del suo strumento.
“E’ tutta colpa di questo ragazzo che se ne sta imbambolato in mezzo alla strada” si giustificò il musicista. Hamid, con gli occhi bassi, rimase in silenzio amareggiato.
“Bene, tu verrai con me” decise il capo orchestra e preso Hamid lo portò dal Sultano



“Come sarebbe l’orchestra non ha il contrabbasso!?” s’infuriò il Sultano dopo aver ascoltato il resoconto del capo orchestra.
“Ecco chi dovete ringraziare Vostra Altezza” e il povero Hamid fu spinto davanti al pascià.
“Piccolo moccioso non mi importa come farete, ma fra cinque giorni nell’orchestra dovrà esserci il contrabbasso altrimenti finirete nelle prigioni reali” detto ciò se ne andò senza degnare nessuno di uno sguardo.
Il povero Hamid  cercò di trattenere le lacrime.
“Su non piangere ti aiuterò io” gli sorrise Bashir  il fagottista e lo portò nei giardini del palazzo.
Si sedettero sotto un albero e si guardarono senza parlare.
“Come pensi di aiutarmi?” chiese impaziente Hamid
“Non lo so” rispose Bashir
“Non lo sai!?”
“Ci devo pensare” e si sdraiò sul prato a contemplare le nuvole.
Le scrutò: vide castelli, intravide draghi e animali fantastici.
Le osservò colorarsi giocando con il sole: le scoprì serene e sorridendo, senza distogliere lo sguardo dal cielo si rivolse ad Hamid “Non c’è nulla di cui preoccuparsi, non aver paura, abbandonati alla vita” e dopo un attimo di silenzio proseguì “ ciò non vuol dire che dobbiamo starcene con le mani in mano” e alzatosi s’incamminò nel prato seguito da Hamid.
“Dobbiamo trovare un contrabbasso” disse il fagottista e accompagnò Hamid sino ad una vecchia capanna. Bussò e senza aspettare risposta entrò seguito da Hamid.
Nella casupola vi era un vecchio derviscio seduto su un cuscino con le gambe incrociate e gli occhi chiusi, pareva starsene in un altro mondo.
 Con gli occhi chiusi, prima ancora che il fagottista aprisse bocca, il derviscio disse
 “C’è un contrabbasso nel deserto, da Mandhur l’Equilibrato. Lo usa come appendi abiti”
“Nel deserto?” esclamò incredulo Hamid appena uscirono dalla capanna
“non penserai che mi avventuri in quel forno come un pezzo di carne da cuocere! “
“Mi sembra che tu non abbia molta scelta” rispose Bashir 


Tu che strumento suoni?” volle sapere Hamid
“Il fagotto” rispose Bashir
“Me lo faresti sentire?”
“Certo” e accompagnatolo nella sala della musica montò il suo fagotto e iniziò a suonare.
Hamid non aveva mai sentito suonare un fagotto e se ne innamorò perdutamente, quasi fosse la principessa Hadiya
“Me lo insegni?”
“Si, dopo che abbiamo trovato il contrabbasso”
“No” rispose secco Hamid “subito”
Bashir sorrise, conosceva bene quel desiderio impellente e non lo avrebbe deluso.
Fu così che quel pomeriggio passò a frulli d’ancia, scrocchi e note lunghe.
 “Sei molto bravo!” gli disse Bashir e alla sera una nuova musica riempiva l’aria, era la canzone di Hamid.

Alle prime luci dell’alba Bashir svegliò Hamid
“E’ora di partire, sarà una lunga giornata” e porse ad Hamid una borsa
“Cos’è?” chiese curioso Hamid
“Il mio fagotto”
“Perché lo dai a me?”
“Ti servirà”
“Cosa significa? tu non vieni?”
“Ci sono viaggi che vanno affrontati da soli” fu la risposta di Bashir e ad Hamid non rimase che procurarsi il necessario per affrontare il deserto, mettersi in spalla il fagotto di Bashir e
incamminarsi alla volta di Mandhur l’Equilibrato. 



Avventurarsi in un deserto non è cosa da sottovalutare e questo Hamid lo sapeva molto bene, fin da piccolo aveva sentito storie di uomini mai tornati dal quell’inferno di arena,
di tuareg spariti in tempeste di sabbia o prosciugati dal sole.
Con la sua tagelmust, un turbante adatto al clima del deserto, poiché da una parte ripara la testa dal sole e dall'altra impedisce di respirare sabbia portata dal vento, camminava lentamente cercando di non perdere la pista lasciata dalle carovane dei nomadi Tubu.
La prima notte la passò ad osservare attonito la grande luna ed il cielo stellato, a contare le stelle cadenti e a considerare quanto piccolo fosse in confronto all’immensità del creato.
Alla mattina si svegliò in tempo per osservare il sole del dipingere le dune: grigie … arancioni … rosse e poi dorate.
Poi sabbia, nient’altro che sabbia e riverbero di luce.
Sabbia e silenzio assordante.
Improvvisamente un fragore lo fece voltare e vide ciò che mai avrebbe voluto vedere, una scura nuvola di sabbia.
Vento, sabbia in tempesta.

Il turbine invase il suo corpo, gli sembrava di soffocare nella polvere sottile che s'infiltrava nelle narici, nella bocca e nella gola … l'aria non esisteva più.
Per un attimo, lungo come tutta la sua giovane esistenza, si trovò perduto senza possibilità di richiamare il respiro della vita … poi il silenzio … di un vento che se n’è andato … un profondo vitale respiro … e ... aria!

Fu come nascere una seconda volta.
La tempesta di sabbia si era portato via lo zaino con dentro il necessario per vivere, ma non il fagotto che era rimasto sulle spalle di Hamid.
Si ritrovò ai piedi una zanna d’elefante e decise di portarla con sé come portafortuna.
La pista era stata cancellata ma la certezza della morte, che gli si era impressa nell’animo, rese Hamid inaspettatamente coraggioso e felice.
Tutto ora gli appariva fantastico, unico, e s’incamminò con serena felicità.
La sera, appena la luna si alzò all’orizzonte, prese il fagotto di Bashir e iniziò a suonare. Suonò la sua canzone più e più volte, fino a che il fagotto faticava a suonare. Provò a smontarlo e  si accorse che nella parte bassa dello strumento si era formata così tanta condensa, col freddo del deserto e l’aria calda del suo fiato, da riempirne un piccolo bicchiere. Allora bevve.
Bevve alla luna, alla speranza di poter sopravvivere.
Brindò a quel miracoloso strumento: il fagotto.
Bevve e riprese a suonare finché un nuovo bicchiere si riempì.
Bevve ancora e finalmente si addormentò.
Per altri due giorni Hamid vagò per il deserto riuscendo a sopravvivere suonando il fagotto alla sera, quando la temperatura del deserto scendeva e l’aria calda del suo fiato formava la vitale condensa.
Il quarto giorno finalmente raggiunse la capanna di Mandhur.
Lo trovò seduto a gambe incrociate e ad occhi chiusi come il vecchio derviscio.
“Buongiorno” lo salutò, ma il vecchio non rispose.
Sembrava non sentirlo, provò a richiamarlo.
Finalmente Mandhur apri gli occhi.
“Cosa ti porta nel cuore del deserto?” chiese sorridendo
“Sono venuto a prendere il vostro contrabbasso” rispose senza preamboli Hamid
“Non so di cosa stai parlando, io non ho nessun contrabbasso”
Hamid si guardò intorno e vide quello che sembrava essere l’unico indumento del vecchio appeso ad un contrabbasso
“E quello cos’è?” disse indicando il contrabbasso
“Il mio appendi abiti”
“E’ un contrabbasso” spiegò Hamid
“Ma pensa! ... se lo prendi io non avrò più un appendi abiti” sorrise Mandhur
Allora Hamid prese la zanna d’elefante che con tanta fatica aveva portato sin lì
“Potresti usare questa bellissima zanna d’elefante” propose
“Per me va bene” sorrise Mandhur  “ma il viaggio di ritorno è lungo e con un contrabbasso in spalla ancora di più” continuò “non credo che tu riesca ad essere di ritorno per domani sera”
“Avete ragione” si rese conto Hamid “ non riuscirò ad essere a palazzo in tempo per il concerto, tanto vale che rimanga qui con voi, sperando che i soldati del Sultano non vengano mai a cercarmi”
“Rimanere qui con me?” sorrise il vecchio
“Non puoi. Non hai le capacità per sopravvivere nel cuore del deserto”
“Ma io ho il fagotto” rispose Hamid
“Interessante e vediamo un po’: questo fagotto riuscirebbe a farti sopportare la solitudine? e la fame? e i demoni? e la paura?”
Hamid rimase in silenzio e sospirando scosse la testa: no, non ci sarebbe riuscito.
“Dietro la capanna c’è un cammello” sorrise Mandhur “ prendilo e se parti subito vedrai che ce la farai”
“Grazie!” sorrise per la prima volta Hamid da quando era entrato in quella stanza
“Come potrò mai ringraziarvi”
“Non preoccuparti “sorrise Mandhur e chiusi gli occhi tornò a meditare.








Bashir aspettava ansioso il ritorno di Hamid e grande fu la sua gioia quando lo vide comparire all’orizzonte.Gli corse incontro con una ghirba piena d’acqua e con sorriso che dissetava l’anima. “Coraggio tra poche ore il concerto avrà inizio!” furono le prime parole che disse e una lacrima di felicità gli rigò il viso.

Hamid scese dal cammello e senza proferir parola lo abbracciò forte come uomo che ha imparato a tornar bambino e come un bambino pianse senza vergogna.
Quello che aveva trovato nel deserto non era solo un contrabbasso, ma una nuova consapevolezza che parlava una lingua a lui sconosciuta prima d’allora, un mondo dove le  emozioni e le percezioni sono le uniche cose che contano veramente.
“Andiamo” sorrise a Bashir e s’incamminarono verso il palazzo del Sultano.
Avevano da poco varcato la soglia quando udirono un pianto.
“E’ la principesse Hadiya” spiegò Bashir “ è da più di tre giorni che piange e niente e nessuno riesce a farla smettere. Il Sultano non sa più cosa fare per consolare quel pianto”

Tutto era pronto: gli invitati arrivati, l’orchestra schierata con tanto di contrabbasso, le candele di mille candelabri accese, le pietanze accuratamente servite su piatti d’argento,
le bevande conservate al fresco, le ballerine già pronte sulle punte dei piedi, i servitori impomatati e i servi impegnati a rinfrescare l’aria con le palme.
Mancava solo lei, la festeggiata: la principessa Hadiya.
Solo il suo pianto arrivava, ma di lei nemmeno l’ombra.
Anche la luna sembrava essersi avvicinata curiosa ad osservare e ad Hamid, che se ne stava nascosto dietro il contrabbasso, venne un’idea.
Andò da Bashir e si fece ridare il fagotto e nel silenzio iniziò a suonare la sua canzone.
Poche note e la principessa si affacciò dal suo balcone, guardò incredula il giovane suonatore e di corsa lo raggiunse tra lo stupore generale.
Sorrideva e ascoltava. Non riusciva a credere che il ragazzo del sogno fosse lì a suonare la stessa canzone, a liberarla dalla tempesta che aveva oscurato il suo cuore.
Quando Hamid finì di suonare la principessa gli sorrise e lui, senza possibilità di scampo, se ne innamorò perdutamente.
Nel vedere la sua amata figliola sorridere dopo tanto pianto il Sultano andò da Hamid e gli ordinò “Chiedimi ciò che vuoi e sarà tuo”
“Voglio la mano di vostra figlia, la principessa Hadiya” rispose guardando dritto negli occhi il Sultano.
Fu così che Hamid sposò l’incantevole Hadiya e ...divenne ricco direte voi.







Certo, ma non della ricchezza di cui tutti vanno in cerca; quella del denaro, ma bensì si ritrovò ricco d’Amore e di quella felicità che solo l’amore può dare.