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martedì 18 maggio 2021

IL TESORO DI BULUK

 

C’era una volta, in un paese lontano, un tesoro tanto grande da non riuscire a portarlo via.
Il paese di cui parlo è così lontano che per arrivarci non bastava un anno.
In molti erano partiti per conquistare quel tesoro, ma pochi, pochissimi, erano riusciti ad arrivare.
Tutti si perdevano durante la strada.
Qualcuno sbagliava direzione, qualcuno si stancava e qualcun altro, durante il viaggio, incontrava il Mago Abbaglio.
Il Mago Abbaglio è molto potente, ti fa vedere cose che non ci sono, ti fa toccare cose che non esistono e, senza che te accorgi, ti rinchiude in una prigione trasparente. 
Buluk , un bambino dal nome turco che significa nuvola, sentendo un giorno parlare di un tesoro tanto grande da non riuscire a pesarlo, ne a misurarlo, decise di partire per quel paese così lontano che non bastavano dieci paia di scarpe per raggiungerlo.
Salutò la mamma e il papà e, con un fagotto in spalla, s’incamminò con passo deciso.
A vederlo sembrava un guerriero, pronto ad affrontare tutte le battaglie.
Camminò senza stancarsi, come una ruota che rotola in discesa, per tutto il giorno.
Continuò, con due ginocchia che dovevano essere di ferro, per un mese intero.
Dopo tre mesi le orme dei suoi passi avevano lasciato una scia tanto lunga che si vedeva dalla luna.
Un giorno tirava un altro, come ciliegie dell’albero della vita, e Buluk camminava, camminava come avesse un  motore al posto delle gambe.
Aveva ormai preso la rincorsa e rotolava anche in salita, come una palla lanciata dal campione del mondo.
Con lo sguardo puntato all’orizzonte non perdeva mai la strada e alla sera, prima di addormentarsi, attaccava con la punta di una stella la mappa del tesoro, per non farsela rubare.
I mesi passavano in fila, marciando senza pausa e Buluk li seguiva stando al passo.
Incontrò il Mago Abbaglio in un giorno d’estate, seduto su un’altalena.
“Dove stai andando?” gli chiese.
“Alla ricerca del tesoro” rispose Buluk.
“Non devi più cercare, il tesoro è qua” sorrise il mago.
Buluk si guardò intorno.
“Non vedo nulla” disse continuando ad osservare.
“Sali sull’altalena”.
Buluk salì e il mago lo spinse tanto forte che gli sembrò di volare.
“Che ne pensi?” gli chiese il mago.
“E’ bello, non c’è dubbio, ma si torna sempre al punto di partenza” rispose Buluk e salutato il mago riprese a camminare con lo sguardo fisso all’orizzonte.
Arrivò al paese del tesoro così stanco da non ricordare nemmeno il suo nome.
Non sentiva più i piedi ne le gambe e leggero come una nuvola si alzò in volo.
Da lassù vide il mondo tutto intero e scoprì di aver trovato il tesoro.
Emozionato da non poterne più, capì che lui era parte del tesoro.
Una pepita d’oro così preziosa da non essercene una uguale in tutti i mondi.
Sereno lasciò che Buluk, la nuvola, si disperdesse nel cielo, lasciando alle stelle il riflesso del tesoro che aveva conquistato, lasciando, attaccata alle stelle, la mappa del tesoro.
Quando tornò a casa i suoi genitori dovettero mettere gli occhiali da sole da  tanta era la luce che emanava il tesoro dentro al suo cuore.

Il paese di cui parlo è così lontano che per arrivarci non bastava un anno.
In molti erano partiti per conquistare quel tesoro, ma pochi, pochissimi, erano riusciti ad arrivare.
Tutti si perdevano durante la strada.
Qualcuno sbagliava direzione, qualcuno si stancava e qualcun altro, durante il viaggio, incontrava il Mago Abbaglio.
Il Mago Abbaglio è molto potente, ti fa vedere cose che non ci sono, ti fa toccare cose che non esistono e, senza che te accorgi, ti rinchiude in una prigione trasparente. 
Buluk , un bambino dal nome turco che significa nuvola, sentendo un giorno parlare di un tesoro tanto grande da non riuscire a pesarlo, ne a misurarlo, decise di partire per quel paese così lontano che non bastavano dieci paia di scarpe per raggiungerlo.
Salutò la mamma e il papà e, con un fagotto in spalla, s’incamminò con passo deciso.
A vederlo sembrava un guerriero, pronto ad affrontare tutte le battaglie.
Camminò senza stancarsi, come una ruota che rotola in discesa, per tutto il giorno.
Continuò, con due ginocchia che dovevano essere di ferro, per un mese intero.
Dopo tre mesi le orme dei suoi passi avevano lasciato una scia tanto lunga che si vedeva dalla luna.
Un giorno tirava un altro, come ciliegie dell’albero della vita, e Buluk camminava, camminava come avesse un  motore al posto delle gambe.
Aveva ormai preso la rincorsa e rotolava anche in salita, come una palla lanciata dal campione del mondo.
Con lo sguardo puntato all’orizzonte non perdeva mai la strada e alla sera, prima di addormentarsi, attaccava con la punta di una stella la mappa del tesoro, per non farsela rubare.
I mesi passavano in fila, marciando senza pausa e Buluk li seguiva stando al passo.
Incontrò il Mago Abbaglio in un giorno d’estate, seduto su un’altalena.
“Dove stai andando?” gli chiese.
“Alla ricerca del tesoro” rispose Buluk.
“Non devi più cercare, il tesoro è qua” sorrise il mago.
Buluk si guardò intorno.
“Non vedo nulla” disse continuando ad osservare.
“Sali sull’altalena”.
Buluk salì e il mago lo spinse tanto forte che gli sembrò di volare.
“Che ne pensi?” gli chiese il mago.
“E’ bello, non c’è dubbio, ma si torna sempre al punto di partenza” rispose Buluk e salutato il mago riprese a camminare con lo sguardo fisso all’orizzonte.
Arrivò al paese del tesoro così stanco da non ricordare nemmeno il suo nome.
Non sentiva più i piedi ne le gambe e leggero come una nuvola si alzò in volo.
Da lassù vide il mondo tutto intero e scoprì di aver trovato il tesoro.
Emozionato da non poterne più, capì che lui era parte del tesoro.
Una pepita d’oro così preziosa da non essercene una uguale in tutti i mondi.
Sereno lasciò che Buluk, la nuvola, si disperdesse nel cielo, lasciando alle stelle il riflesso del tesoro che aveva conquistato, lasciando, attaccata alle stelle, la mappa del tesoro.
Quando tornò a casa i suoi genitori dovettero mettere gli occhiali da sole da  tanta era la luce che emanava il tesoro dentro al suo cuore.



martedì 29 dicembre 2020

IL CORVO E IL CAPRIOLO

La notte stava tirando l’ultima tenda, sul palcoscenico di quel giorno spettacolare, quando il capriolo incontrò il corvo.

Se ne stava seduto su un ramo in prima fila.
“Che guardi?” gli domandò.
“Ascolto il respiro del sole che se ne va a dormire” rispose il corvo sottovoce.
” Scusa la mia domanda” chiese il capriolo sorridendo “Ma dove andrebbe a dormire?” .
“Non devi scusarti per la domanda” rispose il corvo “ Non farsi domande è peggio che non avere risposte” e riprese ad ascoltare il sole che pian piano si addormentò, coprendo il mondo con la coperta nera del mistero.
Il corvo, ormai ridotto a soli due occhi, continuava a tacere la risposta.
“Non rispondi alla mia domanda?” chiese il capriolo nascosto dal manto nero della notte.
“Cerchiamo le domande alle risposte che abbiamo già voluto darci” parlò il corvo dentro la luce dei suoi occhi “Cerchiamo solo la conferma alla certezza di non essere in errore. Compriamo risposte preconfezionate negli scaffali del supermercato del pensiero comune, le pubblicizziamo condividendole e trovandole squisite.
Per ignavia deleghiamo ai pensieri degli altri le nostre risposte e ci accalchiamo allo stadio dello sport più popolare, tirare calci a chi non la pensa come noi”.
Finito di cantare chiuse gli occhi e sparì.
Rimasto solo il capriolo si guardò intorno e nel buio, che nascondeva ogni cosa, capì che il corvo aveva ragione.
Qualcosa dentro di lui si accese, come una piccola stella illuminata da un sole che non dorme mai.




martedì 4 agosto 2020

NONNO

Il nonno aveva una bicicletta dal colore indefinito di legno di betulla sbiadito dal tempo.
Sulla canna chiudeva la sua borsa di cuoio con dentro matite rosse da muratore, doppiometro, cazzuola e frattazzo.
Pedalava con calma. Una catena di silenzi o di poche parole e mai inutili.
Sulla bicicletta aveva portato sua moglie in ospedale a partorire, era andato fino in città con sua figlia a comprare la fisarmonica.
Il nonno, un cavaliere con la bicicletta.
Alto e di bell’aspetto, un aristocratico della bontà.
Non aveva la patente, ma un attestato per viaggiare nel cuore delle persone. Arrivava col sorriso beato di chi non conosce la cattiveria.
Sono stato sulla canna di quella bicicletta, dove ho conosciuto la calma e misurato le distanze col fiato corto del nonno.
A cavalcioni sul portapacchi portava a spasso la serenità.
Con la sua bicicletta ha oltrepassato il confine del tempo e ancora oggi capita di vederlo passare sorridente, sulla discesa che regala la salita di chilometri d’amore.


mercoledì 1 luglio 2020

IL BISONTE


Le porcellane, ordinate nella cristalleria, addobbano il pomeriggio con la loro elegante fragilità. Aspettano imbambolate il tè delle cinque.
Sorsi di bollenti pettegolezzi. Silenzi interrotti dal tocco pulito dei cucchiaini abbandonati lungo il ciglio dei piattini.
Zollette di moine sciolte in discorsi annacquati.
Protette dalla loro delicata consistenza col vetro della falsità, disegnano fantasie fiorite, riempiendo di vuoto le tazze decorate.
Un leggero fremito improvvisamente rompe l’incanto e il servizio da tè inizia a trillare. Campanelli d’allarme, fra le pile dei piattini, segnalano il pericolo.
Aumenta il tremore, accompagnato da un tuono lontano.
Rimbomba il suono secco degli zoccoli della fatalità.
Cadono le tazze, rovesciando litri di chiacchiere sul tappeto del nulla.
Il bisonte dell’impermanenza irrompe nel soggiorno mandando in frantumi la cristalleria. Fra il polverone di quel disastro, nel silenzio di cocci rotti, s’intravede lo sguardo mite dell’animale che guarda oltre.
Guidato dall’istinto proseguirà, sino alla prossima fermata, sulla pista verso casa.



mercoledì 17 giugno 2020

IL GUFO

Si racconta di un gufo che canta nel bosco ma che nessuno ha mai visto.
Io conosco la sua storia e ve la voglio raccontare.
All’inizio non sapeva nemmeno che poteva volare.
Guardava il bosco al caldo del nido aspettando la pappa e giocando alle belle statuine con i suoi fratellini. Poi, in un giorno di primavera, mentre le forsizie esplodevano in raggi di sole, imparò a volare, dando inizio alla sua vita lungo i sentieri invisibili che si snodano fra le fronde degli alberi.
Nei primi mesi da aviatore esplorò il bosco sino allo stagno, dove si fermava ad ascoltare il lamento dei rospi. Da loro imparò che compiangersi non serve nulla.
Nelle notti di luna piena, seduto sul masso ai confini del bosco, afferrò l’immobilità.
Fermo sul suo ramo, mentre i venti giocavano a rincorrersi fra gli alberi, comprese la fiducia e dal barbagianni ebbe in dono l’amicizia.
Notte dopo notte, a furia di volare nel bosco, cominciò a confondere il suo battito d’ali con le foglie che si agitavano alla brezza e le sue zampe con la corteccia dei rami.
Piano piano, giorno dopo giorno perse, uno dopo l’altra, tutte le penne che coprivano la sua individualità. Gli ci volle coraggio, tanto coraggio, più di quello che sembrava avere a disposizione. Ma, a furia di volare oltre il bosco, era riuscito a trovarlo in una miniera nel nulla del cielo, dove ogni giorno si recava per far rifornimento.
Così, libero da costrizioni e da paure, cominciò a rendersi conto di passare sopra i prati senza che la sua ombra lo seguisse, si ritrovò a saltare sui sassi insieme al torrente, ad appiccicare il profumo all’aria come la resina dei pini.
Ora vola oltre il confine del vento, dove ogni cosa della creazione si assomiglia pur mantenendo la propria singolarità e condivide la stessa origine.
Dove il suo canto risuona trasparente nel cuore di chi riesce a sentirlo.


venerdì 5 giugno 2020

ANNA

Partita da casa dopo la merenda con pane burro e zucchero, Anna, sulla sua bicicletta rossa, con il portapacchi senza bagagli né paura, prende la strada che esce dal paese.
Scaricando la sua catena d’entusiasmo sui pedali, rincorre la libertà che ha visto passare dalla finestra della sua camera. Sfreccia a testa bassa, col vestitino nero delle grandi occasioni, lungo le case dei suoi compagni che, imbambolati davanti alla televisione, non si accorgono di nulla.
Anna taglia il vento che gli pizzica le guance e la spinge a pedalare, dandole la certezza di essere dentro al mondo, fuori dai sogni.
Il cuore ruota a cento all’ora sulla bicicletta che ogni tanto gira a vuoto sospesa sulle rotelle.
Qualche cane abbaia, incitandola a proseguire e il campanile suona il tempo che passa.
Se ne va lungo la discesa della felicità, finché un tuono batte il gong dell’ultimo giro di pedali.
Anna si ferma.
La pioggia arriva.
Una pioggia festosa l’abbraccia inzuppandole il cuore.
Anna allarga le braccia, perché quella gioia la vuole prendere tutta.
Se l’è meritata, come il campione che per primo ha superato il traguardo e, ad occhi chiusi, sorride alla libertà mentre vola fra le nuvole.


sabato 16 maggio 2020

LA TROTA


Immersa nel suo mondo silenzioso di dolci parole affogate nell’acqua, la trota nuotava nelle correnti che scorrono senza posa seguendo i soliti percorsi, tutte le sue domande annegate in bolle d’aria che volavano verso la superficie.
Poi, in un giorno d’acqua calma, nel pertugio trasparente dell’intuizione, vide oltre le acque oscure del suo mondo. Puntini rossi, come pianeti lontani.
Ne percepì l’odore, il sapore e la forza traente che emanavano.
Dovette imparare a nuotare contro corrente, a non ascoltare i discorsi vuoti degli altri pesci, a non abboccare all’amo delle abitudini, prima di trovare il coraggio di volare.
“Un pesce che pensa di poter volare non è degno dell’acqua che respira” e la isolarono come un’appestata, contagiata dal virus della follia.
Ma lei dava retta al suo cuore, che iniziava a mostrarle il percorso che l’avrebbe portata a raggiungere pianeti inesplorati.
Tutto girava come al solito quel giorno, le stesse ciarle sul tempo, sulla speranza, i soliti colpi di coda e le solite lamentele.
La nostra trota s’immerse nel fondo e caricata di ferrea volontà prese la rincorsa e si tuffò oltre il cielo del suo mondo.
Volando, come un miracolo possibile, raggiunse il ramo che pendeva sull’acqua, dove le bacche le regalarono il sapore della vera felicità.


lunedì 11 maggio 2020

GERTRUDE



Tra i mulinelli del vento le foglie danzavano alzando le loro gonne brune, trafugate nell’armadio dell’autunno. Volteggiavano festose nella piazza vuota sotto lo sguardo tenue dei primi raggi del sole, che spiava da dietro le montagne.
Gertrude le osservava estasiata, seduta nel suo nido di rami rossi come una poltrona in prima fila. Amava la danza, e la scovava in tutto ciò che si muoveva con grazia: negli steli d’erba che si piegavano alla brezza, nei rami che molleggiavano nell’aria dopo che gli uccelli li avevano lasciati per spiccare il volo. Nel pasodoble delle lucertole in amore, nelle giravolte del falco e nei semi dell’acero, che si avvitavano veloci nel muro del cielo. L’ammirava quando era ferma in un girotondo di petali sulle gambe dei fiori o nei passi delle nuvole modellate dal vento.
Quando il giorno spegneva la musica sulla sua pista da ballo, Gertrude si preparava a danzare. Si metteva il suo tutù rosa e si addormentava in attesa del sogno che la portava al ballo del principe, dove non bastavano tutte le sale del castello per farle eseguire i passi di danza che le sue gambe conoscevano. Durante la veglia non osava ballare, poiché credeva che la danza fosse bellezza, mentre lei era brutta e sgraziata come uno sgambetto.
La mazurca che covava nel nido era chiusa in un guscio di paura e come un sasso nel fiume Gertrude lasciava che la vita le scorresse intorno senza riuscire ad abbandonarsi. Poi un giorno, col calore della sua passione l’uovo si schiuse, lasciando libera la sua mazurca che si mise a volare per tutto il bosco.
I ballerini, sparsi nelle sale da ballo del bosco, con balzi e rimbalzi, arrivarono davanti al suo nido per invitarla a danzare. Gertrude, davanti a tanto entusiasmo, indossò il suo tutù rosa e finalmente concesse alla vita il suo ballo.
Il principe dei sogni, dal suo castello fra le nuvole, salì sulla torre più alta e sorridendo allungò un raggio si sole che si unì alla festa danzando in un vortice di polvere. 




lunedì 4 maggio 2020

Il piccolo cerbiatto


Mimetizzato il muso fra il cespuglio di more, il giovane cerbiatto scrutava il prato che rotolava giù, sino al fiume. Era la prima volta che usciva da solo, la prima volta che avrebbe voluto essere una mora.
Il vento faceva le capriole sul prato, trascinando con sé l’odore acre della sua paura.
-Il vento non smette di giocare- pensò immobile dentro al cespuglio.
Rimase a imitare le more aspettando che l’aria frenasse la sua corsa e smettesse di fischiare divertita.
Aveva sete e il bicchiere pieno di paura.
Il fiume lontano gorgogliava invitante, ma il coraggio del cerbiatto non arrivava così distante.
Spazzato dal vento il pomeriggio volgeva al termine e le prime ombre della sera cominciavano ad allungare le orme degli alberi.
Il freddo iniziò ad avvolgerlo come un gelato ai frutti di bosco e prima che si sciogliesse in un lago di paura, rinunciò ad andare ad abbeverarsi al fiume.
Sulla via del ritorno, con la gola secca e il passo lento della delusione, incontrò una taccola che tornava da un giro oltre il fiume.
Nel vedere lo sconforto del cerbiatto si sentì in dovere di fermasi e gli chiese:
“Che ti è successo per essere così triste?”
“La paura mi incatena le zampe, mi toglie il piacere della libertà e mi secca la gola”
Rispose il cerbiatto intimorito da quell’uccello nero come un tassello della notte.
“La paura è l’arma che ti salverà, devi solo saperla usare” sventolò la taccola.
“Ma la paura mi fa paura”
“Prendila con dolcezza, accarezzala per calmarla e lasciala parlare”.
Un giravolta intorno al muso del cerbiatto e riprese:
“Ti indicherà le strade ai crocevia e ti porterà lontano dove, stanca, si siederà a guardarti correre verso la vera felicità”
“La vera felicità?”
“Quella dove non hai più paura, perché hai rinunciato a te stesso”.
Un colpo d’ali e sparì nel buio della notte confondendosi con il nero, pieno di angoscia, o con il nulla, libero dalla paura.





lunedì 27 aprile 2020

VIOLA


Viola era una bambina determinata.
Poche parole, niente capricci e tanta voglia d’indipendenza.
Portava in giro i suoi sei anni con allegria, tenendoli per mano insieme al suo orsacchiotto Bruno, perlopiù taciturno e sempre sereno.
Viola teneva i suoi sogni in giardino, liberi di crescere alla luce del sole e qualcuno nel cielo, dove, agganciati all’aquilone, ispezionavano il confine oltre la sua immaginazione.
Seduta accanto a Bruno, fuori dalla porta di casa, assisteva al passaggio del pomeriggio chiuso nelle borsette delle donne che chiacchieravano tra loro, nelle borse degli uomini che allungavano il passo verso l’ufficio, negli zaini dei ragazzi che correvano sulle loro biciclette e appoggiato al bastone dei vecchi.
Rientrava a casa portando con sé la voglia di vita che il pomeriggio, passando, aveva lasciato nell’aria.
Alla sera, dopo aver messo a letto l’orsacchiotto, andava alla finestra della sua camera a guardar le stelle che la notte aveva acceso per ritrovare la via di casa quando arrivava l’ora di rientrare.
Sotto le coperte chiudeva gli occhi come un sipario alla fine del primo atto, quello della veglia, e nel buio s’incamminava verso il secondo atto, quello dei sogni.
Quando riapriva il sipario dei suoi occhi di ritorno dai sogni, sul cuscino rimaneva sempre un po’ di nostalgia per quel mondo incredibile dove le emozioni valgono più dei fatti e delle parole.
Viola aveva un sogno, andare a trovare sua nonna Maria che ormai da quasi un anno si era trasferita in Paradiso. C’era qualcosa che non la convinceva di quella faccenda.
Non una telefonata, una lettera, nemmeno per il giorno del suo compleanno. Quando chiedeva alla mamma come stava la nonna lei rispondeva “Da Dio”.
“Ma perché non si fa più vedere né sentire?”.
“E’ troppo impegnata a sistemare le sue gioie negli armadi della felicità” le rispondeva sorridendo.
Poi una notte la sognò. Era circondata di scatoloni davanti a decine di armadi che spalancavano le ante per farsi riempire di gioia. Lo sguardo cadde sul vestito della nonna colorato da mille fiori; era un semplice grembiule, ma ciò che stupì Viola era che fosse stropicciato. La nonna non portava mai vestiti stropicciati.
“Povera nonna” pensò “ non ha nemmeno il tempo di stirare” e così , finito il secondo atto e riaperto il sipario al nuovo giorno, prese la decisione di andare a cercarla.
Tirò fuori dal garage dietro la porta la sua macchina a pedali e caricato il ferro da stiro partì.
Fuori dal cancello svoltò a sinistra e felice, col sole in fronte, diede una strombazzata col suo clacson a trombetta.
Pedalò lungo la strada che costeggia i prati che ben conosceva, si fermò a bere e a far rifornimento alla fontana del Plin e si rimise in carreggiata.
“Da dove arrivi?” le chiese la mamma al ritorno, dopo che ebbe parcheggiato.
“Sono stata a trovare la nonna” rispose Viola scendendo tutta sudata dalla macchina e senza aggiungere altro se ne andò in camera sua ad aspettare le stelle.
“E come sta?” sussurrò la mamma quando rimase sola.
Le stelle arrivarono alla chetichella, le più secchione prima ancora che il giorno finisse di sbarazzare tutte le meraviglie che aveva esposto sotto il sole, le più occupate in ritardo, le più timide si sistemarono in fondo al cielo e le più birichine si nascosero dietro alla lavagna per non rispondere all’appello.
Dopo aver cercato di decifrare i messaggi delle stelle s’infilò sotto le coperte e stanca per la faticosa giornata s’addormentò prima del suo orsacchiotto.
Preso il biglietto partì con il primo sogno diretto dalla nonna.
Era ancora alle prese con la gioia da riporre negli armadi, ma appena lei arrivò la nonna si voltò e le sorrise strizzando l’occhio nel suo grembiule stirato a dovere.
A colazione la mamma le disse che aveva sognato la nonna vestita di fiori, con petali che parevan stirati da un angelo.
In giardino Viola alzò il suo aquilone nel vento e vide la realtà prendere forma nel regno dell’immaginazione.



venerdì 24 aprile 2020

BRUNO


C’era una volta nel parco di Greenwich uno scoiattolo di nome Bruno, con la coda pettinata a dovere e il pelo lisciato dalla vanità. Si arrampicava più in alto di tutti per sbandierare orgoglioso la sua audacia. Raccoglieva le noci più grandi per sfamare la sua superbia e le ammassava nel tronco cavo della sua avarizia. Lungo i viali, Bruno nascondeva la sua paura fra le spine dei roseti e si profumava di egocentrismo mentre si lasciava ammirare dai passanti.
Bruno non è cattivo, anzi è simpatico e rincorre i fantasmi sugli alberi come tutti gli scoiattoli del parco.
Un giorno, al laghetto delle anatre, salì su un ramo che sporgeva dall’acqua e per la prima volta vide il suo riflesso.
“Ma allora sono così” si osservò stupito.
“Sono come tutti gli altri scoiattoli!”.
Uscito dallo specchio una nuova luce illuminava il parco.
Riprese la via verso gli alberi saltellando felice, sentendosi finalmente fuori gara.
Non doveva più dimostrare niente di più di ciò che era e sereno si accarezzò con la coda dicendosi “ti voglio bene, Bruno!” e da quel giorno iniziò ad imparare a voler bene a tutti.



lunedì 20 aprile 2020

L' AQUILA

C’era una volta, non lontano da qui, una grande aquila dall’aspetto regale e il tono minaccioso. Percorreva, camminando, chilometri e chilometri di sentieri fra le montagne ai confini con le nuvole, alla ricerca della felicità.
Passava le giornate scrutando attentamente tutto ciò che la circondava e ad ogni movimento sospetto puntava il suo becco verso l’obbiettivo, pronta a scoccare la freccia del desiderio.
Ogni tanto scovava la felicità nascosta dentro ai cespugli di rose e per riuscire a prenderne solo un leggero petalo, doveva pagare col dolore di cento spine.
La inseguiva da sempre, a volte lentamente per cercare di sorprenderla mentre dormiva addormentata sui prati fioriti, a volte correndo, quando gli sembrava di sentirla volare via con il vento. Ci fu un periodo in cui fu convinta di averla trovata.
La portava in giro tenendola per mano, chiamandola “amore mio”.
La nutriva di mille baci e mille carezze, finché ingrassò così tanto da non riuscire più riconoscerla e la lasciò scoppiare in una bolla di sofferenza.
A mani vuote la nostra aquila riprese il suo cammino a testa bassa, ormai convinta che la felicità fosse una fantasia dei bambini. Cominciò a bere litri e litri di dolore e stordita cantava a squarciagola la nostalgia di una felicità andata in fumo.
Bruciato tutto il dispiacere ripartì alla ricerca, camminando fra i sentieri delle montagne ai confini del cielo.
Più volte si era illusa di averla trovata e si addormentava beata con il biglietto per entrare in sogni da “Oscar”, seduta in prima fila. Ma quando si riaccendevano le luci nella sala della mente, la felicità era sparita dentro allo schermo grigio della sua vita, lasciandola sola. Poi un giorno, di ritorno da una seduta spiritica; perché hai visto mai che forse la felicità si è rinchiusa dentro ad una sfera di cristallo, s'imbatté in una vecchia tartaruga.
“Povera” pensò “Con quel passo la felicità non la raggiungerà mai”.
“Dove vai così di fretta?” le chiese la tartaruga.
“Incontro alla felicità” rispose l’aquila.
“ E dove ti aspetta? Sei forse in ritardo?”.
L’aquila si bloccò, presa in trappola da quelle domande. Tutti i suoi pensieri caddero a terra uno dopo l’altro in un sordo frastuono, sbilanciati da quel quesito.
“Non saprei” rispose infine.
La tartaruga la guardò con i suoi occhi profondi come il cielo e piena di compassione le disse “ Puoi camminare per tutta la vita, ma non troverai mai la felicità fin quando non ti accorgerai di avere le ali. Avvicinati al dirupo al colmo del monte, trova il coraggio di lasciarti andare e le tue ali si apriranno”.
L’aquila allora, abbandonati i pensieri a terra, si avvicinò al precipizio.
Il cuore iniziò a correre cercando di scappare da quella paura, ma una folata di vento le allungò la mano, lei l’afferrò e si lasciò cadere.
Due possenti ali si aprirono in un sorriso e finalmente, senza sforzo, sospesa nel nulla, sentì la felicità che la trasportava nel vento.
Sorvolò pianure e montagne, attraversò nuvole a forma di tartaruga e volò per lungo tempo, sino a sparire nel vuoto di un cielo pieno d’Amore.



sabato 18 aprile 2020

ENRICHETTO


C’era una volta un serpente verde come l’erba a primavera, lucido come un prato appena lavato e lungo come una buia galleria. Si aggirava per il bosco, lento e silenzioso, zigzagava sugli alberi come un sentiero di montagna e, avvinghiato ai rami come l’edera, aspettava immobile la sua preda. Il suo cibo preferito erano le tenere, piccole raganelle, che consumava come snack al baretto dello stagno; in solitudine, tra un bicchiere di veleno e l’altro.
Le raganelle, stufe di saltare nella bocca del serpente, decisero di fare baracca e burattini e cambiare zona. La notte prima della partenza si ritrovarono sulla tribuna di sassi a salutare la luna, che come un fiore di loto galleggiava nello stagno.
I girini, ancora svegli per l’occasione, scorrazzavano eccitati e illuminati dalla luna parevano sciami di stelle.
“Siamo tante! Una carovana lenta, carica di paura” gracidò il vecchio rospo “ Non sarà difficile per il serpente raggiungerci e, invitato a nozze, iniziare a banchettare”.
A questo punto salta fuori Enrichetto, una raganella colorata scattante come una molla.
“Ci penso io al serpente. Voi andate tranquilli”.
Lo guardarono increduli “Ma come fa un esserino come te a tenere a bada il serpente?”.
“Andate tranquilli, ci pensa Enrichetto” e con un salto si tuffò dentro la luna.
La mattina dopo la comitiva delle raganelle s’incamminò con i primi cinguettii.
Per quanto si sforzassero di non far rumore, lo strofinio della pesante paura che trascinavano con loro arrivò alle fini orecchie del serpente che, spalancati gli occhi come fari, accese il motore e partì. Stava raggiungendo lo stagno dove le ultime raganelle si accodavano alla colonna, quando, rimbalzando veloce come un sasso lanciato a pelo d’acqua, Enrichetto gli saltò addosso.
Colto di sorpresa il serpente si fermò, sentendo di avere un ospite sgradito dietro la testa. Si voltò cercando di scacciarlo, ma per quanti sforzi facesse non riusciva a raggiungerlo con la sua lingua biforcuta. Il valoroso Enrichetto lo dominava come un guerriero munito solo di coraggio. Il serpente girava su se stesso senza riuscire a disarcionare il nemico e gira e rigira perse di vista le raganelle che sparirono per sempre dalla sua bocca.
“Ma come hai fatto?” chiesero a Enrichetto quando raggiunse le compagne.
“Semplice, anziché scappare dalla paura basta saltarle in groppa, confonderla e disarmarla” e con un balzo volò via. Larga è la foglia, stretta è la via, dite la vostra che io ho detto la mia.










giovedì 16 aprile 2020

MORENA LA MARMOTTA


Il suo fischio riecheggiava nel silenzio profumato della valle, che accoglieva il crepuscolo stanco al rientro dal giorno. Morena era una marmotta pacifica e serena come gli anemoni che punteggiavano i prati di sorrisi. Sul tetto d’erba della sua tana, osservava la sera distendersi sulle cime dei larici in sbuffi di nuvole e la contemplava meravigliata mentre si toglieva la collana di raggi di sole per posarla oltre le cime dei monti. Se ne stava immobile guardandola srotolare la sua fredda coperta dal letto del fiume e le fischiava dietro mentre, nuda, si coricava e chiudeva gli occhi al bacio della buonanotte.
La valle, cancellata dal buio, si trasformava in una distesa di suoni misteriosi.
I sutra del gufo, i richiami in codice degli uccelli notturni e gli ululati dei lupi ai confini di un altro mondo.
Morena allora allungava il fischio alle stelle che gli facevano l’occhiolino e la tranquillizzavano accarezzandola con il vento.
“Sei troppo buona” le ripeteva la talpa ogni volta che si dividevano il pranzo.
“Prima o poi arriverà un lupo che ti mangerà in un boccone” e se ne andava borbottando fra sé: “Povera marmotta, a esser buoni c’è solo da perdere”.
Ma Morena, ferma sui sassi delle sue buone intenzioni, lasciava che la canzonassero.
Passava le giornate seduta al banco della “Scuola della Vita” e studiava coscienziosamente ogni lezione. S’interrogava da sola e sdraiata nella sua tana meditava le risposte. L’aquila le girava intorno tracciando un cerchio nel cielo, scrutando quell’allieva indifesa. La volpe la spiava e i lupi aspettavano solo d’incontrarla, ma lei sembrava non curarsene.
Uscendo dalla tana portava con sé la letizia del suo buon cuore e la talpa, passandole accanto, scuoteva la testa cieca allo splendore.
Era una sera pesante, con le nubi basse e le rocce corrucciate in smorfie tenebrose.
Le stelle mancavano all’appello e il freddo occupava ogni pensiero che usciva dal suo rifugio. Morena, come al solito, era a sentinella del suo territorio, quando un ululato le fece voltare lo sguardo. Dall’altro mondo un lupo stava arrivando, con le fauci spalancate, correndo senza freni lungo la discesa della fame.
Morena sapeva che prima o poi sarebbe arrivata l’interrogazione al suo corso per la Vita. Si girò di scatto, liberò l’accettazione e si caricò di non rassegnazione.
Chiamò a raccolta la potenza imparata dal fiume, la calma, che vedeva distesa nelle ali dell’aquila, l’arguzia appresa dalla volpe e un pizzico d’incoscienza rubata allo sguardo della talpa. Come un tuono corse incontro al lupo fischiando come il vento in tempesta. Il lupo, colto di sorpresa, si spaventò e se la diede a gambe lontano da quella furia. Tornata la calma la luna sbirciò fra le nuvole scure e fu felice nel vedere la marmotta sorriderle, mentre il cuore riprendeva il battito calmo della gratitudine.





martedì 14 aprile 2020

GIOVANNINO


Giovannino sbircia il mondo, al riparo nella sua capanna da re.
Una reggia di polvere attraversata da fasci di luce, come spade laser, con un tappeto volante di paglia, che tenta di decollare in un pulviscolo di stelle sbarluscenti, un cavallo che ondeggia legato a una sedia, un ripiano con barattoli di sassi colorati dalla fantasia e un trono di pelle chiara, come le sue idee.
Il suo fedele amico Merlino, micio magico, dai super poteri e sette vite tutte ancora da spendere, lo accompagna con il suo sguardo da gatto intrappolato dai topolini.
“Ma che sta succedendo?” chiede Giovanni a Merlino “Com’è che non c’è in giro nessuno?”
Merlino non risponde, perché lui è un gatto ed ha altri pensieri che gli vibrano sui baffi.
Il silenzio intanto continua a girare vagabondo per le strade, come un gatto con le ciabatte. Dopo aver perlustrato la zona e concluso che qualcosa dov’essere capitato, se no come si spiega che non si vede anima viva? Giovannino alza lo sguardo e … meraviglia!
Una lenta sfilata di draghi sta attraversando il cielo.
Il fumo esce dalle loro bocche come nuvole, mentre il sole luccica sulla loro armatura.
Le piante festose, al loro passaggio sventolano bandiere color foglia e il canto degli uccelli intona la marcia per le grandi occasioni.
In testa al corteo il Drago Supremo con ali grandi come tutto il cielo, seguito dal suo valoroso scudiero con il mantello trasparente e gli artigli distesi al vento.
Una processione che nemmeno nei sogni riesce a schierarsi con tanta regalità.
Nobili e tranquilli avanzano verso cieli sconosciuti, raccontando senza parole le loro incredibili avventure.
Merlino, dal canto suo, si sente spaesato davanti a topi così grandi, che non basterebbero tutte le vite per mangiarseli.
Giovannino allora, presa una spada da un fascio di luce nella capanna, sale sul suo cavallo di legno e dondolando inizia a ricorrere i draghi.
Una volta raggiunti salterà in groppa al Drago Supremo e lancerà lingue di fuoco, come saette, contro i cattivi. Merlino, seduto sulla paglia, lo guarda correre e si mette ad aspettarlo sonnecchiando.
Rimarrà immobile come una trappola per topi, in attesa di ricevere la carezza che il suo amico, stanco e vittorioso, gli porterà di ritorno dal suo viaggio fra le nuvole.





















lunedì 22 maggio 2017

SCHERZO MUSICALE

Quella settimana l’orchestra dei Serafini aveva in programma un concerto dal titolo “Musica Oggi”.
Era la prima volta che l’orchestra si trovava sul leggio uno spartito di musica contemporanea.
Dopo aver guardato la parte come se fosse un papiro egiziano, il primo oboe disse:
“Ma nessuno ha spiegato a questi compositori moderni come si scrive la musica?”
Il secondo corno, che non aveva nemmeno aperto lo spartito preso com’era a discutere di politica con il sindacalista dell’orchestra, rispose. “ I soliti raccomandati, di musica non capiscono un cazzo ma sono appoggiati politicamente”
Il direttore, armato di una considerevole dose di pazienza, alle 10 in punto salì sul podio.
Davanti a lui un’orchestra che lo osservava come un marziano, con gli occhi imploranti che chiedevano pietà. Dopo aver annusato l’aria che odorava immancabilmente di escremento di  cane, accese il motore dell’orchestra con il la del primo oboe e inserita la Marcia iniziale del brano in questione cominciò a guidare.
Fece pochi metri, perché l’orchestra si era già fermata, come se il motore si fosse ingolfato.
Il primo fagotto sussurrò al collega “La musica contemporanea è come la merda, la sopporta solo chi la fa”
La prova proseguì a fatica, l’orchestra di spegneva continuamente.
“Non teniamo nemmeno il minimo” disse sconsolato un giovane “aggiunto” tra i secondi violini.
Finita la prova il direttore, affaticato come se avesse dovuto spingere un camion in panne, non riusciva più a trovare il suo camerino e vagava come un profugo.
Lo salvò Kamal, un marocchino addetto alle pulizie.
Lo scortò con spazzolone e secchio sino alla porta del camerino con scritto “M° Chantilly”.
Approdato, si distese sulla poltrona cercando di riprendere le forze prima del prossimo round.
Ma l’orchestra era refrattaria a quella musica così diversa da eseguire, da sentire, da capire e da immaginare. Violini che gridano aiuto mentre affogano con l’archetto che sfrega oltre il ponticello. Violoncelli diventati tamburi, viole costrette a fiorire, contrabbassi chiamati a suonare come violini.
Tant’è che il povero Carmine, di un metro e una bestemmia, cadde dal contrabbasso mentre cercava di raggiungere con la mano le note ai bordi della tastiera. Clarinetti che emettono suoni da interferenze radio, fagotti e oboi privati di ancia che soffiano a vuoto come in un copertone bucato e  flauti che frullano come tacchini in amore.
I percussionisti sommersi da grancasse, campane tubolari, lastre di metallo, martelli ed ogni sorta di batteria  sembrano commessi di un negozio di ferramenta.
Dopo tre giorni di prova, l’orchestra era allo sbando.
I violinisti soffiavano impazziti per cercare di eseguire i “flautati” ,  oboi e fagotti si imbottivano di pasticche di “Moment” per cercare di placare il  mal di testa a furia di soffiare nel vuoto.
I trombonisti avevano iniziato ad assumere “Viagra”, erano così spossati  nel cercare di emetter suoni “a tutta forza” che la coulisse non gli tirava più.
I cornisti, pieni di afte ulcerose a furia di suonare come trombe, avevano il labbro gonfio come cacciatori africani e le trombe avevano cominciato a mischiare alle infinite sordine che contornavano la loro postazione, bottigliette di Whisky e di grappa.
Il direttore, a furia di sbracciarsi per dirigere l’ingorgo di traffico a quell’incrocio maledetto, aveva dovuto fasciarsi la spalla destra e prendere dell“Aulin” come anti-infiammatorio.
La farmacia vicino al teatro faceva affari e quando il farmacista chiese cosa stava succedendo in orchestra gli risposero che il virus della musica contemporanea aveva intaccato l’intera orchestra.

 “Domani mando mio cognato” disse il primo fagotto
“Ma non è un ragioniere?”
“Si, ma per suonare senza ancia non c’è bisogno di essere un fagottista”
“Ma se il direttore se ne accorge?”
“Non schioda gli occhi dalla partitura, cosa vuoi che se ne accorga”
E il giorno seguente il ragioniere in ferie prese il posto del primo fagotto e guardando lo spartito fu l’unico, sino ad allora, a capire le suddivisioni di quel ritmo da ragioniere.
Alla prova generale arrivò il compositore.
Niente capelli lunghi spettinati, né foulard, né vestiti eccentrici.
Avrebbe potuto essere un commerciante, un commercialista, un impiegato.
Si sedette in terza fila con la partitura aperta, pronta per essere sfogliata.
L’orchestra iniziò e il compositore prese a sfogliare la partitura, ma dopo poche battute cominciò ad andare avanti e indietro tra le pagine per cercare di capire dove era finita l’orchestra.
Ad un certo punto andò a leggere la copertina per vedere se per caso non avesse sbagliato a prendere la partitura.
 No, era quella giusta.
Rinunciò a scovare dove si era ficcata l’orchestra tra le battute della partitura e chiusi gli occhi si mise ad ascoltare.
Dopo cinque secondi riaprì gli occhi.
Non riusciva a tenerli chiusi, un senso di nausea lo assaliva ogni volta che ci provava e si ripromise di passare nella farmacia che aveva visto vicino al teatro per comprare un “Maalox”
Alla fine dell’esecuzione il tanfo d’escremento  di cane che impregnava la sala prove gli fece pensare
“Che orchestra di merda!”
Il direttore si voltò verso di lui con l’aria di chi l’ha combinata grossa
“Beh, diciamo che non è proprio quello che avevo in mente” disse il compositore andando verso l’orchestra
“Si, anch’io non so mai che suono avrà la mia scoreggia prima di sentirla” sussurrò ai colleghi il secondo oboe
“Nella sezione centrale, quella seduta, ci vuole più intensità nei flautati dei violini” continuò l’autore
“Hai capito?” sussurrò il primo violini al compagno di leggio
“devi sederti e flautare con più intensità”
“Ma posso sporcarmi!”
“E’ un rischio che devi correre, ti pagano no!”
“Vai a cagare”
“Appunto”
“Comunque nel complesso non male” tagliò corto il compositore e se ne andò con la partitura fra le gambe.

La prima esecuzione era prevista in un teatro in periferia.
Quando le porte del pullman si aprirono un fiume d’orchestrali si diresse verso l’unico bar del paese.
Tra caffè, bianchini, cappuccini, toast, panini prosciutto cotto e formaggio, l’atmosfera era rilassata e gioviale, come una scampagnata tra amici.
Il teatro, datato anni cinquanta, sapeva di chiuso e di polvere. Quei pochi camerini avevano lo specchio con le luci che non funzionavano e l’unica toilette era proprio a ridosso del palco.
 Il concerto ebbe inizio con la sala semideserta.
L’accozzaglia di suoni che scaturì dall’orchestra fece svegliare il pubblico che preso alla sprovvista cominciò ad agitarsi.
“Ma stanno scherzando?” chiese il commendatore alla signora
“Ma ci stanno prendendo per il culo” disse l’ingegnere all’avvocato
“Non starò un minuto di più a sentire questo scempio” decise il signor Panizzola, proprietario della ditta “Panni e attaccapanni”
Con le mani giunte il parroco abbozzava un sorriso di compassione e intanto l’orchestra proseguiva come un furgone in salita, facendo sobbalzare i poveri ascoltatori.
Appostato nell’unico bagno a ridosso del palco, Carmine, il contrabbassista che non suonava per un dito fasciato a causa della caduta avuta alle prove, aspettava il momento giusto con grande concentrazione. Ancora qualche scossone ed ecco arrivare il momento tanto atteso.
L’unico momento di silenzio della composizione.
Aperta la porta del bagno tirò lo sciacquone e lo scroscio inondò il silenzio riempiendo la platea.
Uno scoppio di risa riempì il teatro.
“Fantastico!!” riuscì a balbettare tra gli spasmi il commendatore e preso dall’entusiasmo iniziò ad applaudire trascinando con sé tutto il pubblico, che piangendo dal ridere si alzò in piedi decretando cos’ì il successo di una composizione i cui intenti drammatici furono spazzati via dallo sciacquone di un cesso di teatro di periferia.



martedì 7 marzo 2017

L’Orchestra da camera dei Serafini
resoconto, racconto, impressioni ed espressioni di un Angelo

Si era seduto al suo posto e aveva iniziato a far due note, provando le ance.
Era stato chiamato come aggiunto all’”Orchestra da camera dei Serafini” in qualità di secondo fagotto.
Quando l’orchestra fu schierata al completo, tra il caotico preludiare degli strumenti sentì aleggiare nell’aria uno sgradevole, persistente odore di merda.
Il suono  dell’orchestra si era spento all’arrivo del direttore stabile, un allampanato vecchietto dallo sguardo severo.
Salito sul podio, prima ancora di salutare l’orchestra, avvertito l’olezzo che impregnava la sala prove disse:
“Beh, sembra di essere già dentro al pezzo”
Infatti sul leggio avevano lo spartito della VI sinfonia di Beethoven detta la “Pastorale”
Il fatto è che la sede dell’orchestra era situata in una piazzetta dove i padroncini erano soliti portare i cani a passeggio e dove questi lasciavano i loro ricordi tra i sassi che pavimentavano la piazza.
Per cui; vuoi la fretta, la mimetizzazione con il pavé, il sovrappensiero, fatto sta che sotto le suole di qualche orchestrale giungeva immancabilmente in sala prove un pezzo di merda.
La prova partì portando i musicisti fuori dalla sala, dentro un altro mondo, dove la realtà si misura  con le emozioni.
 All’intervallo il nostro giovane aggiunto scambiò due parole con i colleghi usciti a fumarsi una sigaretta mentre sfregavano le suole delle scarpe sul bordo del marciapiede.
“Ce l’hai già il frac?” gli chiese l’oboista
“No, non sapevo che bisognava suonare in frac” rispose
“Non preoccuparti, te lo procuro io”
“Va bene, grazie”
“Che taglia hai?...  vediamo … si, ce l’ho”
l’ispettore  chiamò a raccolta l’orchestra, l’ora d’aria era finita, bisognava tornare in sala prove dove l’odore non aveva nemmeno provato ad andarsene.

Il giorno dopo la prova si svolgeva nel tardo pomeriggio e dato che era autunno inoltrato e la piazzetta poco illuminata, la possibilità che qualcuno centrasse una merda era molto alta.
Tutti in seduti, come in mezzo a un campo concimato, l’orchestra iniziò le prove.
Ad un certo punto il primo violino, per un motivo che il nostro “aggiunto” non aveva colto, cominciò ad arrabbiarsi con la spalla dei violoncelli.
“Basta!!” iniziò a gridare con uno sguardo assatanato
“Non è possibile suonare con dei dilettanti!”
“Modera le parole” rispose con calma il violoncellista, abbozzando un sorriso serafico, che ben si addiceva ai ranghi dell’orchestra dei Serafini.
Il primo violino, rosso dalla rabbia, si alzò sbraitando tra lo sgomento dell’orchestra
 “Io non ce la faccio più!! Anni di studio, di sacrifici,  di concorsi vinti, onorificenze,  per suonare con un branco di falegnami! sembra che segate lo strumento! segaioli!”
e alzato il suo famoso violino, da decine e decine di milioni di lire, lo gettò a terra fracassandolo in mille pezzi.
Con un ghigno diabolico abbandonò la sua postazione e s’incamminò verso l’uscita.
Nessuno parlava, il silenzio era totale …  solo il ghigno del violinista, che continuava anche dopo eseere sparito dalla vista.
Qualcuno piangeva e ad Angelo, il nostro aggiunto, il cuore batteva più forte dei timpani.
Il ghigno, che riecheggiava nel silenzio e si fece più forte quando dalla porta rientrò il primo violino con un altro strumento fra le mani.
Indicando il nuovo strumento il ghigno di trasformò in risata.
Avvicinandosi all’orchestra rideva e continuando ad indicare lo strumento disse
“Questo è il mio violino!”
Il primo violoncello, che aveva fatto di spalla allo scherzo, si unì al riso, mentre l’orchestra ammutolita cercava di capire cos’era appena successo.
Quel mattacchione del primo violino si era procurato uno strumento cinese da due soldi da scaraventare a terra per la spettacolo appena andato in scena.
Il direttore, amico dei due individui, si unì alle risa e pian piano  la tensione si sciolse lasciando nell’aria un acre  odore di merda.

Come di consueto Angelo arrivò mezz’ora prima dell’inizio delle prove, voleva scaldare lo strumento, provare le ance, ripassare i passi più delicati del programma, che prevedeva oltre alla VI sinfonia di Beethoven, il primo concerto per pianoforte.
Mentre preludiava spostarono il pianoforte davanti all’orchestra, ma nel muoverlo una gamba si era piegata. La sistemarono alla bella e meglio perché il direttore era già sul trespolo pronto a sventolare la sua bacchetta.
Tra il I e il II movimento compare in sala prove l’ispettore con una cassetta degli attrezzi e si avvicina al pianoforte mentre il direttore e il solista attaccano il “Largo” del II movimento.
Comportandosi come se la sala prove fosse vuota appoggia la cassetta degli attrezzi e si inginocchia sotto al pianoforte come un gommista e mentre la musica comincia a decollare nelle prime estatiche battute, tira  fuori il martello e inizia a picchiare un chiodo alla gamba traballante del pianoforte.
Il solista si ferma stordito, come se il martello lo avesse colpito in testa
“Ma cosa fa?” chiede arrabbiato
“Maestro” risponde l’ispettore “ a ognuno il suo lavoro”
“Ma lei è un maleducato” continua incredulo il pianista
“Se io non le aggiusto la gamba a sto piano, lei non solo non decolla, ma non entra nemmeno in pista”
e giù altre martellate
A questo punto il pianista si alza e senza proferir parola se ne va, mentre il martello insiste col chiodo fisso di chi crede di aver ragione.
Quel giorno la prova fini così.
 “Se corro riesco a prendere il treno prima” pensò Angelo, mentre l’orchestra si dileguava lasciando le prime battute del “Largo” volteggiare nell’aria insieme al tanfo persistente della sala prove.

Il direttore, ormai verso l’ottantina, era a capo dell’Orchestra dei Serafini da più di un lustro e tra un sinfonia e l’altra era riuscito ad inimicarsi gran parte dell’orchestra. Un commento sarcastico qui, una smorfia la, una parola di troppo, un sorriso di meno, lo sguardo sempre più altezzoso , il suo giudizio da uomo di dio, avevano fatto dimenticare alla maggior parte degli orchestrali la sua bravura, che comunque non era eccelsa e forse proprio per questo aveva bisogno di essere sostenuta da un atteggiamento arrogante  e di autocompiacimento.
E così alle prove sembrava di stare su un ring.
“Clarinetto … alla battuta 26 faccia un piano”
“non c’è scritto maestro” rispondeva il primo clarinetto
“Ma lei lo farà”
“Come vuole maestro, ora lo segno”
“No!” si accendeva il direttore “Non segni nulla, lo faccia e basta!” non voleva infatti che si segnasse sulle parti, perché erano le sue parti personali e ciò che necessitava di essere scritto lo aveva già scritto lui ad ognuno.
“Se non lo segno non me lo ricordo” continuò il clarinettista, ben sapendo della suscettibilità del direttore nello scrive sulle parti, e presa la matita scrisse il suo piano.
Il direttore incassa il colpo, ma risponde con un destro: chiude la partitura e se ne va.

Il giorno dopo l’orchestra è sul piede di guerra.
Dopo pochi minuti di prova il direttore ferma l’orchestra
“Primo fagotto, lei entra sempre i ritardo”
“Non è colpa mia” risponde il fagottista e continua “devo avere il tempo di girare la pagina. Suono con tutte due le mani io e  devo toglierne una dallo strumento, portarla al leggio, prendere il foglio, girarlo, riportare la mano allo strumento e riprendere a soffiare. Ci vuole tempo”
Il direttore cerca di schivare il tiro mancino ma subisce il colpo e prosegue.
Mentre il direttore è impegnato a studiare un passo con i violini il nostro primo fagotto coglie l’occasione di spiegare ad Angelo, il secondo fagotto, come lui eseguiva un trillo e inizia a suonarlo e risuonarlo per farlo sentire al secondo fagotto, ma a sentirlo è tutta l’orchestra e il direttore irritato  si rivolge al fagottista
“Ma allora! non sente che sto provando coi violini?”
“Maestro lo faccio per il suo bene” rilanciò il primo fagotto
“Il mio bene!!” gridò il direttore colpito da un dritto
“Io me ne frego” continuò e alzati i pugni impugnò la bacchetta
“Da capo” e dato l’attacco l’orchestra partì.
La lotta era ormai all’ultimo sangue, qualsiasi cosa succedeva durante l’esecuzione il direttore tirava dritto senza fermarsi, voleva dimostrare che a lui non gli fregava nulla di come usciva quella sinfonia e l’orchestra allora faceva apposta a sbagliare. Il forte diventava piano, e il piano forte. Le corone ad libitum soggettivo, lo staccato legato, il legato così staccato da sembrare una mitragliatrice. Il povero Beethoven  assisteva dal cielo a quella furente esecuzione osservando l’impeto degli sguardi,  protetto dalla sua sordità.
Finalmente l’ultimo accordo mise fine a quella battaglia dove non ci furono ne vincitori ne vinti, solo lo scempio di un capolavoro massacrato e abbandonato sui leggi, che se ne rimasero nel  buio di un sala vuota
in un silenzio che puzzava di merda.

Alla prova generale arrivò il frac di Angelo appallottolato dentro a un sacchetto di plastica.
“Hai fatto un affare! sono 100 mila lire. Questo è un frac che non trovi più”
“In che senso?” rispose Angelo
“Frac così al giorno d’oggi te li sogni. Questo ti dura tutta la vita”
Angelo tolse il frac dal sacchetto  e subito notò che era molto pesante
“E’di lana?”
“Ma non sudi te lo garantisco” replico prontamente l’oboista commerciante
“La tasca interna è scucita” fece notare Angelo
“Una sarta con due lire te la sistema”
Angelo indossò il suo frac, il suo primo frac. Aveva le code e questo gli bastava.
Diede i soldi all’oboista che non fece in tempo a metterli in tasca che già proponeva ad Angelo una linea di detersivi per la casa.
“Sono prodotti incredibili, vengono dalla Cina e li si che le pulizie le sanno fare, mica come da noi che ti vendono prodotti che costano un pacco di soldi perché sono biologici, biodegradabili, bionici, con i fiori di campo, senza impatto ambientale e non testati su animali. Peccato che non pulisco un cazzo!
Fidati, prova un mio candeggiante al cloro, ti sbianca anche un negretto”
L’ispettore chiamo l’orchestra mettendo fine alla vendita dell’oboista, che come imbonitore non sbagliava un passo.
La prova si svolse in un clima sufficientemente pastorale e rilassato almeno durante la prima parte.
Dopo la pausa infatti, durante il IV movimento della Sinfonia, nel pieno della “tempesta”, il direttore fermò improvvisamente l’orchestra provocando un specie di colpo della frusta ai tromboni e alle trombe che stavano andando a manetta. In un risucchio di polmoni improvvisamente svuotati il direttore gridò furibondo a un violinista di fila “Allora! la smette di tirarsi su il maglione che le cade dalle spalle mentre suona? lo appoggi da qualche parte!”
Il violinista, trovandosi improvvisamente al centro della scena, si alzò tronfio, deciso a non  perdere l’occasione di far vedere che lui era si un violino di fila ma non era un coglione, anche lui aveva le palle per rispondere al direttore
“Il maglione è mio e lo metto dove voglio io. Se mi gira lo metto anche in testa” e subito fece seguire alle parole i fatti e messosi il maglione in testa si sedette, inforcò il violino pronto come non mai ad affrontare i passi più difficili.
Che gli mettessero davanti anche la “Sinfonia delle alpi” di Richard Strauss!
lui i passi li avrebbe superava tutti! non aveva paura!
e nemmeno freddo, il maglione se lo portava sempre sulle spalle pronto per l’uso. 
Il direttore, senza proferir parola chiuse la partitura e se ne andò.
La prova generale era finita.
“Che culo, riusciamo a vedere la partita dall’inizio” esclamò la prima tromba riponendo velocemente lo strumento nella custodia
Il secondo oboe aprì l’armadietto, di quelli che si usano nelle palestre e vi infilò dentro lo strumento così com’era, senza  pulirlo, smontarlo, con l’ancia inserita. L’avrebbe ritrovato così bell’e e pronto per il giorno dopo.

Il giorno dopo era il giorno del concerto.
La sala dei concerti de”L’Orchestra dei Serafini” era utilizzata anche come cinema.
Angelo  arrivò quando la proiezione pomeridiana del film in programma per quella settimana,
“Vita smeralda” un film di Jerry Calà, era appena terminata.
Dalle persone che vide uscire capì che la sala doveva essere stata piena.
“Di gente ne viene in questo posto” pensò “Stasera pienone”
Ma quella sera, quando uscì sul palco con il suo nuovo frac di lana, che alla faccia dell’oboista lo faceva sudare come un pinguino nel deserto, rimase meravigliato nel vedere che il pubblico non occupava nemmeno metà delle poltrone.
E l’età media superava abbondantemente i 60.
“Suona forte” gli suggerì il primo fagotto quando si furono seduti al loro posto “se no il pubblico non sente.
Sono un sordi. Settimana scorsa hanno cominciato a uscire dalla sala mentre ancora stavamo suonando il finale dell’”Idillio di Sigfrido”. La musica era così piano che non sentendo più niente hanno cominciato ad applaudire, si sono alzati hanno messo i cappotti e se ne sono andati”
“Non ci posso credere” ribatté Angelo
“C’era un signore che cercava di fermarli, di dirgli che non era finito, ma nessuno ha voluto credergli e così è rimasto solo lui a godersi il finale in santa pace”
L’oboista lanciò il La in orchestra e i musicisti iniziarono a prenderlo al volo.
Quando ogni orchestrale ebbe catturato il La nello strumento, il silenzio arrivò come una folata di vento.
Accompagnato dal flebile applauso del pubblico entrò il direttore …  un inchino … giravolta … bacchetta in pugno … sacro silenzio … e la magia iniziò a riempire l’aria, a entrare nelle orecchie, nella testa, nei polmoni, nelle vene e senza scampo ad impossessarsi  del cuore.
L’ispettore, incantato, con la valigetta degli attrezzi dimenticata in un angolo, ascoltava rapito da dietro le quinte. Il solista iniziò a  decollare con la gamba del pianoforte salda e pronta all’atterraggio.
Il direttore guidava e si faceva guidare dall’orchestra, che aveva cambiato voce, colore.
L’oboista commerciante suonava in maniera pulita come nemmeno i suoi prodotti cinesi più efficaci, il violino della spalla cantava, felice di essere ancora tra le mani del suo padrone burlone, i trilli dei fagotti sembravano stelle, gli squilli delle trombe quelli degli angeli serafini schierati ad osservar il firmamento.
Angelo si guardò intorno e vide volti felici di essere su quell’astronave, che viaggiava a tutto volume, senza intoppi, nella galassia della musica . Le rivalità, le antipatie, gli affanni, le preoccupazioni le osservavano dall’alto, senza più coinvolgimento, presi com’erano a navigare tra le costellazioni della musica.
Quel viaggio se lo erano guadagnato  con una vita di studio, di sacrifici, di cadute e forza nel rialzarsi, di delusioni, speranze, dedizione, costanza, umiliazioni necessarie per andare avanti senza boria, quando l’orgoglio cresceva con la bravura e invitava l’arroganza a salire sul palco con loro.
E ogni volta pagavano il biglietto con la concentrazione, come un equilibrista che cammina su un filo e cerca di non cadere, ogni volta ci mettevano la faccia e i più buoni il cuore.
La musica c’è solo nell’attimo in cui passa ed è in quell’attimo che bisogna esserci.
E l’orchestra dei Serafini era lì, con i suoi difetti, le sue frustrazioni, la sua misera umanità, i suoi dispiaceri e le sue meschinità, ma c’era … era li nell’attimo della musica, e risplendeva , risuonava come una stella nel buio e nel caos del rumore di un umanità che cerca solo di avere, di possedere, di apparire.
L’astronave atterrò e poco importa se ad applaudirla ci fossero solo pochi saggi vecchietti, quel che conta è che ancora una volta la bellezza impalpabile, fugace, eterea della musica sia passata su questo pianeta a ricordare all’uomo che si vive d’emozioni.