Erano passate solo quattro primavere e Georg era già intriso del polline
della musica. La portava con sé con semplicità, spargendola come il profumo di
un fiore. Alla morte del padre, la madre lo fece salire sulle ginocchia e gli
tarpò le ali, vietandogli di inseguire il volo della musica, che — secondo i
suoi calcoli — non lo avrebbe condotto ad attingere al forziere della
sopravvivenza.
Georg iniziò allora a volare in segreto, al buio
degli occhi della madre e dei fratelli. Giunto alla stagione matura, partì per
Lipsia, iscritto per volere materno alla facoltà di giurisprudenza. Nonostante
tutta la prudenza giurata alla mamma, il destino — che lo inseguiva,
determinato a risolversi come un accordo di dominante — gli fece trovare
alloggio accanto a una famiglia di musicisti che spargeva musica impunemente.
Georg cercava di tapparsi le orecchie con la
promessa fatta alla cara mamma, ma il suo cuore vibrava d’emozione al ritmo di
quella musica che superava i muri e brindava, stappando bottiglie d’entusiasmo.
Un giorno, al compagno di studi con cui divideva la stanza capitò fra le mani
un Salmo che Georg aveva musicato e che, per puro caso, era sfuggito al
sacrificio di tutti gli altri suoi illeciti sforzi compositivi, che la madre
non aveva tardato a far sparire appena partito per Lipsia.
Lo prese e lo fece eseguire nella chiesa di
San Tommaso. L’opera fu così apprezzata che il borgomastro incaricò Georg di
scrivere qualcosa di simile ogni quindici giorni. La diga che tratteneva con
forza tutta la musica di quel ragazzo ventenne si ruppe, e non ci fu più nulla
da fare.
Fiumi di musica iniziarono a scorrere da
Eisenach, Francoforte, Dresda, Amburgo, Parigi e a riempire corti, cattedrali,
teatri. La fecondità di Telemann fu straordinaria, di gran lunga superiore a
quella — già consistente — di Bach: si pensi che, a fronte dei cinque cicli
festivi di Kirchenmusiken composti da
Bach, se ne annoverano trentuno di Telemann; e ancora, contro le cinque
Passioni di Bach, il catalogo di Telemann ne conta almeno quarantasei.
Georg smise di scrivere musica solo quando smise di vivere, il 25 giugno 1767, all’età di ottantasei anni. Ho dirottato il suono del flauto, a cui le sue dodici Fantasie sono dedicate, per incanalarlo nel mio fagotto e farlo risuonare di tutta l’emozione che il talento di Telemann è riuscito a fissare sul pentagramma.
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