Viaggi fantastici, itinerari fantasiosi per bambini di ogni età, dentro e fuori dal fagotto
martedì 30 maggio 2017
lunedì 22 maggio 2017
SCHERZO MUSICALE
Quella settimana l’orchestra dei Serafini aveva in
programma un concerto dal titolo “Musica Oggi”.
Era la prima volta che l’orchestra si trovava sul leggio
uno spartito di musica contemporanea.
Dopo aver guardato la parte come se fosse un papiro
egiziano, il primo oboe disse:
“Ma nessuno ha spiegato a questi compositori moderni come
si scrive la musica?”
Il secondo corno, che non aveva nemmeno aperto lo
spartito preso com’era a discutere di politica con il sindacalista
dell’orchestra, rispose. “ I soliti raccomandati, di musica non capiscono un
cazzo ma sono appoggiati politicamente”
Il direttore, armato di una considerevole dose di
pazienza, alle 10 in punto salì sul podio.
Davanti a lui un’orchestra che lo osservava come un
marziano, con gli occhi imploranti che chiedevano pietà. Dopo aver annusato
l’aria che odorava immancabilmente di escremento di cane, accese il motore dell’orchestra con il
la del primo oboe e inserita la Marcia iniziale del brano in questione cominciò
a guidare.
Fece pochi metri, perché l’orchestra si era già fermata,
come se il motore si fosse ingolfato.
Il primo fagotto sussurrò al collega “La musica
contemporanea è come la merda, la sopporta solo chi la fa”
La prova proseguì a fatica, l’orchestra di spegneva
continuamente.
“Non teniamo nemmeno il minimo” disse sconsolato un
giovane “aggiunto” tra i secondi violini.
Finita la prova il direttore, affaticato come se avesse
dovuto spingere un camion in panne, non riusciva più a trovare il suo camerino e
vagava come un profugo.
Lo salvò Kamal, un marocchino addetto alle pulizie.
Lo scortò con spazzolone e secchio sino alla porta del
camerino con scritto “M° Chantilly”.
Approdato, si distese sulla poltrona cercando di
riprendere le forze prima del prossimo round.
Ma l’orchestra era refrattaria a quella musica così
diversa da eseguire, da sentire, da capire e da immaginare. Violini che gridano
aiuto mentre affogano con l’archetto che sfrega oltre il ponticello.
Violoncelli diventati tamburi, viole costrette a fiorire, contrabbassi chiamati
a suonare come violini.
Tant’è che il povero Carmine, di un metro e una
bestemmia, cadde dal contrabbasso mentre cercava di raggiungere con la mano le
note ai bordi della tastiera. Clarinetti che emettono suoni da interferenze
radio, fagotti e oboi privati di ancia che soffiano a vuoto come in un
copertone bucato e flauti che frullano
come tacchini in amore.
I percussionisti sommersi da grancasse, campane tubolari,
lastre di metallo, martelli ed ogni sorta di batteria sembrano commessi di un negozio di
ferramenta.
Dopo tre giorni di prova, l’orchestra era allo sbando.
I violinisti soffiavano impazziti per cercare di eseguire
i “flautati” , oboi e fagotti si
imbottivano di pasticche di “Moment” per cercare di placare il mal di testa a furia di soffiare nel vuoto.
I trombonisti avevano iniziato ad assumere “Viagra”,
erano così spossati nel cercare di
emetter suoni “a tutta forza” che la
coulisse non gli tirava più.
I cornisti, pieni di afte ulcerose a furia di suonare
come trombe, avevano il labbro gonfio come cacciatori africani e le trombe
avevano cominciato a mischiare alle infinite sordine che contornavano la loro
postazione, bottigliette di Whisky e di grappa.
Il direttore, a furia di sbracciarsi per dirigere
l’ingorgo di traffico a quell’incrocio maledetto, aveva dovuto fasciarsi la
spalla destra e prendere dell“Aulin” come anti-infiammatorio.
La farmacia vicino al teatro faceva affari e quando il
farmacista chiese cosa stava succedendo in orchestra gli risposero che il virus
della musica contemporanea aveva intaccato l’intera orchestra.
“Domani mando mio
cognato” disse il primo fagotto
“Ma non è un ragioniere?”
“Si, ma per suonare senza ancia non c’è bisogno di essere
un fagottista”
“Ma se il direttore se ne accorge?”
“Non schioda gli occhi dalla partitura, cosa vuoi che se
ne accorga”
E il giorno seguente il ragioniere in ferie prese il
posto del primo fagotto e guardando lo spartito fu l’unico, sino ad allora, a
capire le suddivisioni di quel ritmo da ragioniere.
Alla prova generale arrivò il compositore.
Niente capelli lunghi spettinati, né foulard, né vestiti
eccentrici.
Avrebbe potuto essere un commerciante, un commercialista,
un impiegato.
Si sedette in terza fila con la partitura aperta, pronta
per essere sfogliata.
L’orchestra iniziò e il compositore prese a sfogliare la
partitura, ma dopo poche battute cominciò ad andare avanti e indietro tra le
pagine per cercare di capire dove era finita l’orchestra.
Ad un certo punto andò a leggere la copertina per vedere
se per caso non avesse sbagliato a prendere la partitura.
No, era quella
giusta.
Rinunciò a scovare dove si era ficcata l’orchestra tra le
battute della partitura e chiusi gli occhi si mise ad ascoltare.
Dopo cinque secondi riaprì gli occhi.
Non riusciva a tenerli chiusi, un senso di nausea lo
assaliva ogni volta che ci provava e si ripromise di passare nella farmacia che
aveva visto vicino al teatro per comprare un “Maalox”
Alla fine dell’esecuzione il tanfo d’escremento di cane che impregnava la sala prove gli fece
pensare
“Che orchestra di merda!”
Il direttore si voltò verso di lui con l’aria di chi l’ha
combinata grossa
“Beh, diciamo che non è proprio quello che avevo in
mente” disse il compositore andando verso l’orchestra
“Si, anch’io non so mai che suono avrà la mia scoreggia
prima di sentirla” sussurrò ai colleghi il secondo oboe
“Nella sezione centrale, quella seduta, ci vuole più
intensità nei flautati dei violini” continuò l’autore
“Hai capito?” sussurrò il primo violini al compagno di
leggio
“devi sederti e flautare con più intensità”
“Ma posso sporcarmi!”
“E’ un rischio che devi correre, ti pagano no!”
“Vai a cagare”
“Appunto”
“Comunque nel complesso non male” tagliò corto il
compositore e se ne andò con la partitura fra le gambe.
La prima esecuzione era prevista in un teatro in
periferia.
Quando le porte del pullman si aprirono un fiume
d’orchestrali si diresse verso l’unico bar del paese.
Tra caffè, bianchini, cappuccini, toast, panini
prosciutto cotto e formaggio, l’atmosfera era rilassata e gioviale, come una
scampagnata tra amici.
Il teatro, datato anni cinquanta, sapeva di chiuso e di
polvere. Quei pochi camerini avevano lo specchio con le luci che non
funzionavano e l’unica toilette era proprio a ridosso del palco.
Il concerto ebbe
inizio con la sala semideserta.
L’accozzaglia di suoni che scaturì dall’orchestra fece
svegliare il pubblico che preso alla sprovvista cominciò ad agitarsi.
“Ma stanno scherzando?” chiese il commendatore alla
signora
“Ma ci stanno prendendo per il culo” disse l’ingegnere
all’avvocato
“Non starò un minuto di più a sentire questo scempio”
decise il signor Panizzola, proprietario della ditta “Panni e attaccapanni”
Con le mani giunte il parroco abbozzava un sorriso di
compassione e intanto l’orchestra proseguiva come un furgone in salita, facendo
sobbalzare i poveri ascoltatori.
Appostato nell’unico bagno a ridosso del palco, Carmine,
il contrabbassista che non suonava per un dito fasciato a causa della caduta
avuta alle prove, aspettava il momento giusto con grande concentrazione. Ancora
qualche scossone ed ecco arrivare il momento tanto atteso.
L’unico momento di silenzio della composizione.
Aperta la porta del bagno tirò lo sciacquone e lo
scroscio inondò il silenzio riempiendo la platea.
Uno scoppio di risa riempì il teatro.
“Fantastico!!” riuscì a balbettare tra gli spasmi il
commendatore e preso dall’entusiasmo iniziò ad applaudire trascinando con sé
tutto il pubblico, che piangendo dal ridere si alzò in piedi decretando cos’ì
il successo di una composizione i cui intenti drammatici furono spazzati via
dallo sciacquone di un cesso di teatro di periferia.
mercoledì 12 aprile 2017
martedì 7 marzo 2017
L’Orchestra da camera dei Serafini
resoconto, racconto, impressioni ed espressioni di un Angelo
Si era seduto al suo posto e aveva iniziato a far due
note, provando le ance.
Era stato chiamato come aggiunto all’”Orchestra da camera
dei Serafini” in qualità di secondo fagotto.
Quando l’orchestra fu schierata al completo, tra il
caotico preludiare degli strumenti sentì aleggiare nell’aria uno sgradevole,
persistente odore di merda.
Il suono dell’orchestra
si era spento all’arrivo del direttore stabile, un allampanato vecchietto dallo
sguardo severo.
Salito sul podio, prima ancora di salutare l’orchestra,
avvertito l’olezzo che impregnava la sala prove disse:
“Beh, sembra di essere già dentro al pezzo”
Infatti sul leggio avevano lo spartito della VI sinfonia
di Beethoven detta la “Pastorale”
Il fatto è che la sede dell’orchestra era situata in una
piazzetta dove i padroncini erano soliti portare i cani a passeggio e dove
questi lasciavano i loro ricordi tra i sassi che pavimentavano la piazza.
Per cui; vuoi la fretta, la mimetizzazione con il pavé,
il sovrappensiero, fatto sta che sotto le suole di qualche orchestrale giungeva
immancabilmente in sala prove un pezzo di merda.
La prova partì portando i musicisti fuori dalla sala,
dentro un altro mondo, dove la realtà si misura
con le emozioni.
All’intervallo il
nostro giovane aggiunto scambiò due parole con i colleghi usciti a fumarsi una
sigaretta mentre sfregavano le suole delle scarpe sul bordo del marciapiede.
“Ce l’hai già il frac?” gli chiese l’oboista
“No, non sapevo che bisognava suonare in frac” rispose
“Non preoccuparti, te lo procuro io”
“Va bene, grazie”
“Che taglia hai?... vediamo … si, ce l’ho”
l’ispettore chiamò
a raccolta l’orchestra, l’ora d’aria era finita, bisognava tornare in sala
prove dove l’odore non aveva nemmeno provato ad andarsene.
Il giorno dopo la prova si svolgeva nel tardo pomeriggio
e dato che era autunno inoltrato e la piazzetta poco illuminata, la possibilità
che qualcuno centrasse una merda era molto alta.
Tutti in seduti, come in mezzo a un campo concimato,
l’orchestra iniziò le prove.
Ad un certo punto il primo violino, per un motivo che il
nostro “aggiunto” non aveva colto, cominciò ad arrabbiarsi con la spalla dei
violoncelli.
“Basta!!” iniziò a gridare con uno sguardo assatanato
“Non è possibile suonare con dei dilettanti!”
“Modera le parole” rispose con calma il violoncellista,
abbozzando un sorriso serafico, che ben si addiceva ai ranghi dell’orchestra
dei Serafini.
Il primo violino, rosso dalla rabbia, si alzò sbraitando
tra lo sgomento dell’orchestra
“Io non ce la
faccio più!! Anni di studio, di sacrifici,
di concorsi vinti, onorificenze,
per suonare con un branco di falegnami! sembra che segate lo strumento!
segaioli!”
e alzato il suo famoso violino, da decine e decine di milioni
di lire, lo gettò a terra fracassandolo in mille pezzi.
Con un ghigno diabolico abbandonò la sua postazione e
s’incamminò verso l’uscita.
Nessuno parlava, il silenzio era totale … solo il ghigno del violinista, che continuava
anche dopo eseere sparito dalla vista.
Qualcuno piangeva e ad Angelo, il nostro aggiunto, il
cuore batteva più forte dei timpani.
Il ghigno, che riecheggiava nel silenzio e si fece più
forte quando dalla porta rientrò il primo violino con un altro strumento fra le
mani.
Indicando il nuovo strumento il ghigno di trasformò in
risata.
Avvicinandosi all’orchestra rideva e continuando ad indicare
lo strumento disse
“Questo è il mio violino!”
Il primo violoncello, che aveva fatto di spalla allo
scherzo, si unì al riso, mentre l’orchestra ammutolita cercava di capire
cos’era appena successo.
Quel mattacchione del primo violino si era procurato uno
strumento cinese da due soldi da scaraventare a terra per la spettacolo appena
andato in scena.
Il direttore, amico dei due individui, si unì alle risa e
pian piano la tensione si sciolse
lasciando nell’aria un acre odore di
merda.
Come di consueto Angelo arrivò mezz’ora prima dell’inizio
delle prove, voleva scaldare lo strumento, provare le ance, ripassare i passi
più delicati del programma, che prevedeva oltre alla VI sinfonia di Beethoven,
il primo concerto per pianoforte.
Mentre preludiava spostarono il pianoforte davanti
all’orchestra, ma nel muoverlo una gamba si era piegata. La sistemarono alla
bella e meglio perché il direttore era già sul trespolo pronto a sventolare la
sua bacchetta.
Tra il I e il II movimento compare in sala prove
l’ispettore con una cassetta degli attrezzi e si avvicina al pianoforte mentre
il direttore e il solista attaccano il “Largo” del II movimento.
Comportandosi come se la sala prove fosse vuota appoggia
la cassetta degli attrezzi e si inginocchia sotto al pianoforte come un
gommista e mentre la musica comincia a decollare nelle prime estatiche battute,
tira fuori il martello e inizia a
picchiare un chiodo alla gamba traballante del pianoforte.
Il solista si ferma stordito, come se il martello lo
avesse colpito in testa
“Ma cosa fa?” chiede arrabbiato
“Maestro” risponde l’ispettore “ a ognuno il suo lavoro”
“Ma lei è un maleducato” continua incredulo il pianista
“Se io non le aggiusto la gamba a sto piano, lei non solo
non decolla, ma non entra nemmeno in pista”
e giù altre martellate
A questo punto il pianista si alza e senza proferir
parola se ne va, mentre il martello insiste col chiodo fisso di chi crede di
aver ragione.
Quel giorno la prova fini così.
“Se corro riesco a
prendere il treno prima” pensò Angelo, mentre l’orchestra si dileguava
lasciando le prime battute del “Largo” volteggiare nell’aria insieme al tanfo
persistente della sala prove.
Il direttore, ormai verso l’ottantina, era a capo dell’Orchestra
dei Serafini da più di un lustro e tra un sinfonia e l’altra era riuscito ad
inimicarsi gran parte dell’orchestra. Un commento sarcastico qui, una smorfia
la, una parola di troppo, un sorriso di meno, lo sguardo sempre più altezzoso ,
il suo giudizio da uomo di dio, avevano fatto dimenticare alla maggior parte
degli orchestrali la sua bravura, che comunque non era eccelsa e forse proprio
per questo aveva bisogno di essere sostenuta da un atteggiamento arrogante e di autocompiacimento.
E così alle prove sembrava di stare su un ring.
“Clarinetto … alla battuta 26 faccia un piano”
“non c’è scritto maestro” rispondeva il primo clarinetto
“Ma lei lo farà”
“Come vuole maestro, ora lo segno”
“No!” si accendeva il direttore “Non segni nulla, lo
faccia e basta!” non voleva infatti che si segnasse sulle parti, perché erano
le sue parti personali e ciò che necessitava di essere scritto lo aveva già
scritto lui ad ognuno.
“Se non lo segno non me lo ricordo” continuò il
clarinettista, ben sapendo della suscettibilità del direttore nello scrive
sulle parti, e presa la matita scrisse il suo piano.
Il direttore incassa il colpo, ma risponde con un destro:
chiude la partitura e se ne va.
Il giorno dopo l’orchestra è sul piede di guerra.
Dopo pochi minuti di prova il direttore ferma l’orchestra
“Primo fagotto, lei entra sempre i ritardo”
“Non è colpa mia” risponde il fagottista e continua “devo
avere il tempo di girare la pagina. Suono con tutte due le mani io e devo toglierne una dallo strumento, portarla
al leggio, prendere il foglio, girarlo, riportare la mano allo strumento e
riprendere a soffiare. Ci vuole tempo”
Il direttore cerca di schivare il tiro mancino ma subisce
il colpo e prosegue.
Mentre il direttore è impegnato a studiare un passo con i
violini il nostro primo fagotto coglie l’occasione di spiegare ad Angelo, il
secondo fagotto, come lui eseguiva un trillo e inizia a suonarlo e risuonarlo
per farlo sentire al secondo fagotto, ma a sentirlo è tutta l’orchestra e il
direttore irritato si rivolge al
fagottista
“Ma allora! non sente che sto provando coi violini?”
“Maestro lo faccio per il suo bene” rilanciò il primo
fagotto
“Il mio bene!!” gridò il direttore colpito da un dritto
“Io me ne frego” continuò e alzati i pugni impugnò la
bacchetta
“Da capo” e dato l’attacco l’orchestra partì.
La lotta era ormai all’ultimo sangue, qualsiasi cosa
succedeva durante l’esecuzione il direttore tirava dritto senza fermarsi,
voleva dimostrare che a lui non gli fregava nulla di come usciva quella
sinfonia e l’orchestra allora faceva apposta a sbagliare. Il forte diventava
piano, e il piano forte. Le corone ad libitum soggettivo, lo staccato legato,
il legato così staccato da sembrare una mitragliatrice. Il povero Beethoven assisteva dal cielo a quella furente
esecuzione osservando l’impeto degli sguardi,
protetto dalla sua sordità.
Finalmente l’ultimo accordo mise fine a quella battaglia
dove non ci furono ne vincitori ne vinti, solo lo scempio di un capolavoro
massacrato e abbandonato sui leggi, che se ne rimasero nel buio di un sala vuota
in un silenzio che puzzava di merda.
Alla prova generale arrivò il frac di Angelo appallottolato
dentro a un sacchetto di plastica.
“Hai fatto un affare! sono 100 mila lire. Questo è un
frac che non trovi più”
“In che senso?” rispose Angelo
“Frac così al giorno d’oggi te li sogni. Questo ti dura
tutta la vita”
Angelo tolse il frac dal sacchetto e subito notò che era molto pesante
“E’di lana?”
“Ma non sudi te lo garantisco” replico prontamente
l’oboista commerciante
“La tasca interna è scucita” fece notare Angelo
“Una sarta con due lire te la sistema”
Angelo indossò il suo frac, il suo primo frac. Aveva le
code e questo gli bastava.
Diede i soldi all’oboista che non fece in tempo a
metterli in tasca che già proponeva ad Angelo una linea di detersivi per la
casa.
“Sono prodotti incredibili, vengono dalla Cina e li si
che le pulizie le sanno fare, mica come da noi che ti vendono prodotti che
costano un pacco di soldi perché sono biologici, biodegradabili, bionici, con i
fiori di campo, senza impatto ambientale e non testati su animali. Peccato che
non pulisco un cazzo!
Fidati, prova un mio candeggiante al cloro, ti sbianca
anche un negretto”
L’ispettore chiamo l’orchestra mettendo fine alla vendita
dell’oboista, che come imbonitore non sbagliava un passo.
La prova si svolse in un clima sufficientemente pastorale
e rilassato almeno durante la prima parte.
Dopo la pausa infatti, durante il IV movimento della
Sinfonia, nel pieno della “tempesta”, il direttore fermò improvvisamente
l’orchestra provocando un specie di colpo della frusta ai tromboni e alle
trombe che stavano andando a manetta. In un risucchio di polmoni
improvvisamente svuotati il direttore gridò furibondo a un violinista di fila
“Allora! la smette di tirarsi su il maglione che le cade dalle spalle mentre
suona? lo appoggi da qualche parte!”
Il violinista, trovandosi improvvisamente al centro della
scena, si alzò tronfio, deciso a non
perdere l’occasione di far vedere che lui era si un violino di fila ma
non era un coglione, anche lui aveva le palle per rispondere al direttore
“Il maglione è mio e lo metto dove voglio io. Se mi gira
lo metto anche in testa” e subito fece seguire alle parole i fatti e messosi il
maglione in testa si sedette, inforcò il violino pronto come non mai ad
affrontare i passi più difficili.
Che gli mettessero davanti anche la “Sinfonia delle alpi”
di Richard Strauss!
lui i passi li avrebbe superava tutti! non aveva paura!
e nemmeno freddo, il maglione se lo portava sempre sulle
spalle pronto per l’uso.
Il direttore, senza proferir parola chiuse la partitura e
se ne andò.
La prova generale era finita.
“Che culo, riusciamo a vedere la partita dall’inizio”
esclamò la prima tromba riponendo velocemente lo strumento nella custodia
Il secondo oboe aprì l’armadietto, di quelli che si usano
nelle palestre e vi infilò dentro lo strumento così com’era, senza pulirlo, smontarlo, con l’ancia inserita.
L’avrebbe ritrovato così bell’e e pronto per il giorno dopo.
Il giorno dopo era il giorno del concerto.
La sala dei concerti de”L’Orchestra dei Serafini” era
utilizzata anche come cinema.
Angelo arrivò
quando la proiezione pomeridiana del film in programma per quella settimana,
“Vita smeralda” un film di Jerry Calà, era appena terminata.
Dalle persone che vide uscire capì che la sala doveva
essere stata piena.
“Di gente ne viene in questo posto” pensò “Stasera
pienone”
Ma quella sera, quando uscì sul palco con il suo nuovo
frac di lana, che alla faccia dell’oboista lo faceva sudare come un pinguino
nel deserto, rimase meravigliato nel vedere che il pubblico non occupava
nemmeno metà delle poltrone.
E l’età media superava abbondantemente i 60.
“Suona forte” gli suggerì il primo fagotto quando si
furono seduti al loro posto “se no il pubblico non sente.
Sono un sordi. Settimana scorsa hanno cominciato a uscire
dalla sala mentre ancora stavamo suonando il finale dell’”Idillio di Sigfrido”.
La musica era così piano che non sentendo più niente hanno cominciato ad
applaudire, si sono alzati hanno messo i cappotti e se ne sono andati”
“Non ci posso credere” ribatté Angelo
“C’era un signore che cercava di fermarli, di dirgli che
non era finito, ma nessuno ha voluto credergli e così è rimasto solo lui a
godersi il finale in santa pace”
L’oboista lanciò il La in orchestra e i musicisti
iniziarono a prenderlo al volo.
Quando ogni orchestrale ebbe catturato il La nello
strumento, il silenzio arrivò come una folata di vento.
Accompagnato dal flebile applauso del pubblico entrò il
direttore … un inchino … giravolta …
bacchetta in pugno … sacro silenzio … e la magia iniziò a riempire l’aria, a
entrare nelle orecchie, nella testa, nei polmoni, nelle vene e senza scampo ad
impossessarsi del cuore.
L’ispettore, incantato, con la valigetta degli attrezzi
dimenticata in un angolo, ascoltava rapito da dietro le quinte. Il solista
iniziò a decollare con la gamba del pianoforte
salda e pronta all’atterraggio.
Il direttore guidava e si faceva guidare dall’orchestra,
che aveva cambiato voce, colore.
L’oboista commerciante suonava in maniera pulita come
nemmeno i suoi prodotti cinesi più efficaci, il violino della spalla cantava,
felice di essere ancora tra le mani del suo padrone burlone, i trilli dei
fagotti sembravano stelle, gli squilli delle trombe quelli degli angeli
serafini schierati ad osservar il firmamento.
Angelo si guardò intorno e vide volti felici di essere su
quell’astronave, che viaggiava a tutto volume, senza intoppi, nella galassia
della musica . Le rivalità, le antipatie, gli affanni, le preoccupazioni le
osservavano dall’alto, senza più coinvolgimento, presi com’erano a navigare tra
le costellazioni della musica.
Quel viaggio se lo erano guadagnato con una vita di studio, di sacrifici, di
cadute e forza nel rialzarsi, di delusioni, speranze, dedizione, costanza,
umiliazioni necessarie per andare avanti senza boria, quando l’orgoglio
cresceva con la bravura e invitava l’arroganza a salire sul palco con loro.
E ogni volta pagavano il biglietto con la concentrazione,
come un equilibrista che cammina su un filo e cerca di non cadere, ogni volta
ci mettevano la faccia e i più buoni il cuore.
La musica c’è solo nell’attimo in cui passa ed è in
quell’attimo che bisogna esserci.
E l’orchestra dei Serafini era lì, con i suoi difetti, le
sue frustrazioni, la sua misera umanità, i suoi dispiaceri e le sue meschinità,
ma c’era … era li nell’attimo della musica, e risplendeva , risuonava come una
stella nel buio e nel caos del rumore di un umanità che cerca solo di avere, di
possedere, di apparire.
L’astronave atterrò e poco importa se ad applaudirla ci
fossero solo pochi saggi vecchietti, quel che conta è che ancora una volta la
bellezza impalpabile, fugace, eterea della musica sia passata su questo pianeta
a ricordare all’uomo che si vive d’emozioni.
lunedì 20 febbraio 2017
venerdì 10 febbraio 2017
domenica 29 gennaio 2017
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